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Dignita' e variabilita' del dialetto

Bisogna precisare innanzitutto la dignita' scientifica dei dialetti (e, quindi, di chi li parla, e di chi se ne occupa). Essi non sono un'appendice o una protuberanza degradata dell'italiano. Non derivano e non dipendono (storicamente) dall'italiano.
I dialetti italiani (glottologicamente) sono lingue autonome e derivano direttamente, anche loro come l'italiano, dall'evoluzione del latino parlato. Anche l'italiano e' (o meglio, e' stato) un dialetto. E' diventato lingua nazionale per motivazioni indipendenti dal suo maggiore o minore status scientifico di lingua, cioe' dal fatto che avesse piu' o meno autonomia strutturale, tale da renderlo peculiare rispetto agli altri dialetti. Non si giustifica quindi linguisticamente alcun senso di inferiorita' di una parlata rispetto ad un'altra: ogni parlata, usata collettivamente da una comunita', linguisticamente e' una lingua come un'altra. Le disparita' che di fatto esistono tra una parlata e l'altra nascono invece da motivazioni prettamente sociolinguistiche. Per questo noi chiamiamo 'dialetto' la parlata locale.
Il dato piuttosto che abbiamo sotto mano e' un altro: i dialetti sembrano sempre sul punto di morire, ma non muoiono mai.
Grosso modo possiamo dire che i due terzi della popolazione italiana conoscono e alternano nell'uso, in proporzioni varie, italiano e dialetto; un quarto e' monolingue italofono; e una piccola minoranza rimane ancorata alla dialettofonia esclusiva o quasi esclusiva (da G. BERRUTO, Come si parlera' domani: italiano e dialetto, in AA.VV., Come parlano gli italiani, Firenze 1994, p.17).
Naturalmente non e' detto che una lingua non debba 'morire'. Farebbe parte del suo normale destino, nel momento in cui venisse colpita da ripercussioni di natura sociolinguistica.
Quello che ciascuno di noi puo' notare e' che il dialetto appare un organismo vivo, che si modifica man mano, senza essere cristalizzato, immobile, fuori del tempo e dello spazio: non muore definitivamente quindi, ma cambia.
Il nostro dialetto (se lo conosciamo e parliamo) non e' quello che parlavano i nostri nonni. Ma neanche quello dei nostri padri. E -fatto che provoca sconcerto, e forse rimpianto, o invece indifferenza, o sollievo- non e' nemmeno quello dei nostri figli.
Il processo di morte del dialetto e' quindi quantomai complicato, differenziato e contorto. E' un processo piu' contraddittorio di quanto non si pensi. Si tratta di vedere pero' se non sia proprio questa la dinamica di morte di una parlata.
Non accade che d'improvviso non lo si parli piu', che una generazione faccia il taglio netto e compattamente passi all'italiano. Non si possono stabilire tranquillamente fasce d'eta' che parlano dialetto e fasce che parlano italiano. Non si puo' nemmeno generalizzare una perentoria spartizione geografica: di qua del Piave, di la' del Piave; in pianura l'italiano, in montagna il dialetto; citta' contro campagna...
E non vale sempre in maniera incontrovertibile la divisione in fasce sociali, anche se tale stratificazione rimane comunque significativa. Al riguardo citiamo un esempio del glottologo sociolinguista Trumper : in Veneto un proletario diventato industriale non avrebbe alcuno scrupolo a continuare ad impiegare il dialetto (anche esclusivamente), mentre se fosse diventato burocrate d'alto rango userebbe il dialetto solo nell'intimo delle mura domestiche o parlando con inferiori.
E' semmai il fattore dell'insicurezza/sicurezza del proprio status sociale ad essere piu' importante nella frantumazione dialettale della stessa appartenenza ad una data classe socioeconomica.
La progressiva incertezza nell'impiego delle regole su cui si fonda e' l'elemento rivelatore della disgregazione di un dialetto.
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