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Dialettologia sociolinguistica - Macrodiglossia e continuum dialettale

Si dira': varra' almeno l'influenza famigliare a garantire la compattezza del dominio dialettale. Invece nemmeno questo e' sufficiente.
Innanzitutto perche' il ruolo (linguistico) della famiglia e' di molto diminuito, a vantaggio di altri domini (all'interno dei quali, in Veneto, si continua a parlare dialetto, o almeno, non italiano): il peer group (i compagni di gioco), le attivita' di scuola, la sfera del lavoro. Poi perche' gli stessi genitori non parlano piu', non solo la lingua dei loro padri, ma nemmeno quella che essi parlavano 15-20 anni fa (cosa di cui ogni tanto hanno stupita consapevolezza).
Anzi se i due genitori -ammesso che siano della stessa zona e abbiano piu' o meno la stessa eta', perche' altrimenti il paragone non si pone nemmeno- confrontassero il loro modo di parlare, noterebbero delle consistenti differenze.
Infatti l'acquisizione piu' dirompente -ma anche quella piu' attesa-, a cui si e' giunti gia' da molto tempo nella ricerca linguistica, e' che ciascuno di noi parla una lingua diversa dagli altri, ciascuno ha il suo idioletto. Ma non solo. I due genitori di cui ci serviamo come esempio vedrebbero addirittura che ciascuno di loro non parla sempre allo stesso modo.
Variano il linguaggio, in certa misura inconsapevolmente, adattandolo agli interlocutori, alla situazione, al loro stato d'animo, con differenze di registro anche macroscopiche, travalicanti spesso il dominio di partenza (come nel caso di quei genitori dialettofoni che scelgano di parlare italiano ai loro figli).
E certo, quando credono di parlare italiano, stanno parlando nel migliore dei casi italiano popolare o regionale.

Due genitori e cinque forchette.
Introduciamo un esempio teorico ma assai significativo, utilizzando due possibili registri della parlata liventina (territori veneti fra Piave e Livenza), non senza precisare prima il valore fonetico di alcuni segni impiegati:

(z) costrittiva alveodentale sonora, come l'italiano settentrionale /casa/
(th) costrittiva interdentale sorda, come dialetto rustico /thinkue/ "cinque"
(ñ) nasale palatale. come italiano /gnomo/
(k) occlusiva velare sorda, come italiano /casa/
(ô, â) vocali nasalizzate
Allora abbiamo i due genitori impegnati a scambiarsi questa frase:
"Cosa dici? Ti ho detto che bisognerebbe comperare cinque forchette. Non te lo dico piu'. Antonio e' andato. Andiamo anche noi?"
in queste due differenti situazioni:
quando sono soli (1),
o quando hanno a cena, poniamo, il professore universitario del figlio (2) (nel qual caso con l'ospite si sforzerebbero di parlare italiano).

1) (utilizziamo un codice rustico, ma non troppo)
dìtu ke? te ò dit ke bizoñaràe krônpàr thinkue pirôn. No te'l dighe pì. Toni (e)l' é 'ndat. 'Ndén(e) ânka noântri?

2) Kòsa dìzetu? Te go dito ke bizoñarìa konprar sinkue forkete. No te o digo pì(ú). Antonio el zé 'ndato. (A)ndémo anka noialtri?

Come si vede le differenze appaiono evidentissime.
a) fonologia:
(1) nasalizzazione piu' marcata
(2) nasalizzazione meno marcata

(1) uso delle interdentali
(2) uso delle costrittive di koine'

b) struttura della parola:
(1) caduta vocale finale: dit, 'ndat; nel morfema di plurale piron
(2) conservazione della vocale finale: dito, 'ndato

c) morfologia:
(1) morfema 'rustico' di I pers. plurale del verbo (-on + -emo): 'ndén(e)
(2) I pers. plurale di koine': (a)ndémo.

(1) morfema 'rustico' /e/ di I pers. singolare del verbo: dighe
(2) morfema di I pers. singolare di koine' /o/: digo

(1) morfema di condizionale rustico in /ae/: bizoñaràe
(condizionale settentrionale indigeno, dal tipo latino volgare PORTARE + HABUI, con assimilazione e scomparsa di -U-, spirantizzazione B > V, morfema finale -E : portaràve > portaràe)

(2) morfema di condizionale di koine' in /ia/: bizoñarìa
(di koine' settentrionale, importato dalla Francia, dal tipo latino volgare PORTARE + HABEBAM, tardo latino *PORTARAVEVA, caduta del segmento /av/ > PORTAREA > chiusura vocale in iato portarìa)

d)morfosintassi:
(1) te ò dit
(2) te go dito (concrezione veneziana dell'avverbio ghe)

(1) no te 'l dighe (dialetto rustico 'l = el)
(2) no te o digo (koine' o = lo)

(1) (e)l' é 'ndat
(2) el zé 'ndato (costrittiva alveodentale sonora di koine')

e)sintassi:
(1) posposizione del pronome interrogativo ke (straordinaria ed isolata caratteristica dei dialetti liventini): dìtu ke?
(2) pronome interrogativo in posizione normale, di koine': kosa dìzetu?

f)italianismi:
(1) kronpar (metatesi di /r/, per dissimilazione)
(2) konprar contro

(1) l'ipocoristico (diminutivo) dialettale Toni.
(2) Antonio contro

E' chiaro che poi all'interno di queste due delimitazioni, che peraltro non sono esasperate ne' nel senso dell'arcaicita', ne' in quello dell'adesione piu' bieca alla koine', e' possibile una vasta gamma di variazioni individuali. Quella che domina, in un cosi' alto tasso di commutazione di codice da parte di ciascun parlante, e' una situazione di continuum, installata nella nostra competenza linguistica profonda.
Ma all'atto della comunicazione essa e' parzialmente inconsapevole: non e' possibile cogliere con sicurezza il discrimine, la soluzione di continuita', il salto al di qua del quale si parla in un certo modo, e al di la' del quale si parla in un altro. E' un unico, ininterrotto nastro magnetico entro cui, volta a volta, la nostra competenza profonda ottimizza la grammatica adeguata a quel particolare momento, a quella particolare situazione, a quel particolare interlocutore.
La continua commutazione di codice produce insicurezza linguistica e quindi un alto tasso di enunciati mistilingui.
Il parlante non sa stabilire con coscienza, con scelta consapevole e precisa, i vari livelli di grammatica che deve usare, non sa stabilire nettamente quando ancora parla (crede di parlare) dialetto e quando parla (crede di parlare) italiano. Nell'ambito dello stesso enunciato, della stessa frase, dello stesso sintagma, della stessa parola, puo' oscillare da un dominio all'altro, senza averne coscienza, almeno superficialmente.
Il risultato e' una koine' (lingua comune) dialettale, a vari livelli d'uso, parzialmente non dominata dal parlante; un codice che non e' piu' dialetto individuabile (patois) ma non e' nemmeno italiano, seppur regionale. In questo continuum linguistico, che nei fatti e' ancor piu' complesso, si possono enucleare almeno quattro gradi di commutazione del codice dialettale, riconoscibili, partendo dal 'basso', in:
a) patois locale
b) dialetto suburbano
c) dialetto urbano
d) koine' regionale.
Inoltre, anche il sistema superstratico, l'italiano del Veneto, cioe' l'italiano regionale, ha una vasta gamma di varieta' intermedie, che sfumano lentamente l'una nell'altra, tanto che anche per l'italiano regionale si puo' parlare di situazione di continuum.
E' chiaro che tra i due continua (il codice dialettale e quello dell'italiano regionale) s'instaura una fitta serie di interferenze reciproche che aggravano vieppiu' una situazione di insicurezza linguistica.
Un filtro di interferenza nella competenza linguistica di ciascuno regola questi scambi in ambedue le direzioni, ma lo status di lingua di prestigio rivestito naturalmente dall'italiano regionale "produce uno spostamento strutturale (graduale) verso l'italiano nella formazione della koine' dialettale" (J.TRUMPER, Ricostruzione nell'Italia settentrionale: sistemi consonantici. Considerazioni sociolinguistiche nella diacronia, in AA.VV., Problemi della ricostruzione in linguistica, Roma 1977, p.274). Ecco perche' il dialetto (il patois) regredisce (mentre la koine' dura da secoli, e puo' durarne altri ancora).
Forse e' questa la morte del patois: muore perche' non siamo piu' capaci di dominarlo, perche' quando lo parliamo non ce ne rendiamo conto, e quando non vogliamo parlarlo esso salta fuori, triturato, maciullato, inscheletrito, senza polpa di cultura.
Quello che salta e' la volonta'. E sparisce la cosa piu' importante perche' sappiamo che la lingua e' un codice convenzionale che esprime nel parlante un atto di volonta' deliberata, nel quale si raccoglie tutta l'essenza della sua cultura.
Ecco perche' quando salta la volonta' dell'atto linguistico va persa anche la nostra cultura.
Questo e' cio' che sta succedendo oggi in Veneto. Questo fenomeno si chiama macrodiglossia.
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