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Dialettologia sociolinguistica - Koine' contro patois

Ma come nasce una koine'? Come e' nata la koine' veneta?
I dialetti -geneticamente- non si confondono uno con l'altro. Se ciascuno per proprio conto deriva dal latino parlato, e' chiaro che ogni dialetto -geneticamente- deve essere dotato di una propria ed indipendente grammatica, esplicata entro quello che si definisce 'sistema linguistico'.
Vi devono essere allora, storicamente, dei gradini di differenza tra i dialetti. Vi deve essere stato qualcosa capace di segnalare l'autonomia di ciascun dialetto entro sistemi linguistici piu' ampi.
Il fatto stesso che noi parliamo di dialetto 'veneto' implica l'accettazione di una separazione tra questo e gli altri dialetti (italiani , per es., o dell'Italia Settentrionale). Ma esso, a sua volta, ha molte partizioni interne. Concettualmente allora il gradatum, la differenza, la separazione c'e'. Pero' i dialetti, anche se geneticamente autonomi, non valgono tutti allo stesso modo, nel senso che, per motivi assolutamente extralinguistici, vi sono dialetti piu' 'forti', dominanti, e dialetti piu' 'deboli', dominati.
Una koine' nasce e si sviluppa quando il dialetto piu' forte si espande, impone le proprie regole ai dialetti circostanti, in una parola li colonizza. Allora questo dialetto di superstrato e' visto come piu' bello, piu' elegante, piu' chic, e coloro che parlano altri dialetti cercano di adeguarvisi -senza riuscirci del tutto, pero'- contribuendo a creare ed accettare ristrutturazioni anche profonde della loro competenza linguistica. Regole categoriche della grammatica di partenza diventano variabili e tendono ad una nuova categoricita', modellata (ma semplificata ed adattata) sulla grammatica dominante.
Comincia un avvicinamento strutturale dei codici che "si manifesta nel cambiamento della forma canonica del morfema del codice basso in direzione di quella del codice alto (A. ZAMBONI, Italienisch: Arealinguistik IV. a) Venezien, in Lexikon der Romanistischen Linguistik (LRL), IV, 1988, p.519)", per cui avviene il ripristino di strutture cancellate, ad es., da regole apocopanti (la restituzione delle vocali finali), oppure la conversione di fonemi del codice basso in altri di quello alto comuni al primo, con conseguente fusione (esempio tipico la trasformazione delle interdentali), oppure ancora (per restare sempre all'interno del gruppo veneto-settentrionale) l'eliminazione della regola di neutralizzazione del contrasto sorda/sonora in fine di parola, ecc.
La koine' (lingua comune) cosi' costituita si dimostra in grado via via di conquistare sempre maggiori spazi geografici e sociali sino a diventare un vero e proprio codice regionale, capace di respingere e relegare sempre piu' indietro i patois locali.
Nel Veneto, storicamente, il dialetto dominante e' stato il veneziano. Esso comincio' ben presto la sua colonizzazione del Veneto -che continua ancora- procedendo di pari passo con l'espansione di terraferma della Serenissima, a partire dalla meta' del '300.
In prospettiva diacronica bisogna quindi accettare la tesi che la colonizzazione linguistica veneziana si identifichi con un movimento diatopico (attraverso lo spazio), da Est a Ovest, da Sud a Nord, dalla bassa all'alta pianura, alla collina, alla montagna; che i dialetti di montagna siano (stati) piu' 'rustici', meno toccati dal flusso linguistico colonizzatore; che tanto piu' arcaico (nel senso di meno esposto agli influssi della koine') e' (stato) un dialetto quanto piu' verso Nord e' parlato.
Ma, lo si e' ricordato all'inizio, il processo di avanzamento della koine' -ed il parallelo regresso dei patois- non e' cosi' lineare come si potrebbe credere.
Siccome poi il fenomeno innovativo (e l'accettazione dell'innovazione) e' sempre prima appannaggio delle classi piu' abbienti, che vengono, poi, spontaneamente imitate dalle classi meno abbienti, si e' notato che il processo di koinizzazione procede anche, in senso diastratico (cioe' attraverso le fasce socioeconomiche), dall'alto in basso, dai piu' abbienti ai meno abbienti.
Si e' visto anche che l'innovazione e' appannaggio piu' delle donne (tranne quelle molto anziane) che degli uomini: sono le donne i maggiori agenti del cambiamento.
Inoltre, i giovani, naturalmente, innovano piu' degli anziani, per cui puo' accadere -e accade- che un giovane, ad es. di Piavon, dica forketa, e un vecchio, ad es. di Venezia, dica pirón (mentre, ad es., un vecchio di Revine Lago potrebbe ancora dire skulièr).

Piron contro forketa.
Consideriamo la diffusione di questa coppia lessicale - piron e forketa- ad es. nell'area del trevigiano.
Nell'evidente avanzamento di forketa, imposto dalla koine', e nel parallelo regresso di piron, peraltro anch'esso storicamente bizantinismo proveniente da Venezia, si sviluppa una prima linea evolutiva che potremmo chiamare diacronico-geografica cioe' progressiva nel tempo e nello spazio, mediante una tecnica di allargamento a macchia d'olio dell'innovazione dal centro di maggior prestigio ai centri minori.
Ma, contemporaneamente a questa, determinabile teoricamente in ogni momento dell'evoluzione, intervengono altre dinamiche piu' complesse, come quella del paracadutismo.
Grazie ad essa l'avanzamento dell'innovazione di koine' puo' saltare le zone non urbane che si trovano, ad es., alle porte di Motta, o di Oderzo, ed andare invece a "paracadutarsi" presso le fasce sociali più abbienti del piccolo centro urbano -piu' lontano geograficamente dal punto iniziale dell'innovazione, ma ad esso piu' solidale per standard socioeconomico di vita, per condivisione di valori, per mode culturali.
Inoltre a questa seconda linea evolutiva che risulta caratterizzata da variabili sociali, si affiancano variabili anagrafiche, determinate dall'avanzamento di forketa, dai parlanti piu' giovani a quelli piu' anziani, e variabili sociolinguistiche, relative ai diversi registri linguistici adottati da ciascun parlante in diverse situazioni: formali (in cui prevale forketa), o informali (in cui, ma sempre meno, prevale piron).
Quindi ogni mutamento linguistico in un dato context sociale e' una conseguenza, a ripercussione piu' o meno rapida, di un'adesione imitativa ad un modello ritenuto superiore. Inoltre, quando le fasce sociali responsabili dell'innovazione si "accorgono" dell'imitazione operata dalle altre fasce, innovano a loro volta per mantenere intatta la loro preminenza linguistica e culturale, e il ciclo ricomincia e continuamente si rinnova.
Non si dimentichi, tuttavia, che i fattori sociali non sono mai le uniche, esclusive cause -o i fini- di un qualsiasi specifico cambiamento linguistico. Ma certamente , come fatti extralinguistici, al fianco di quelli intralinguistici, essi giocano un ruolo rilevante nel cambiamento.

Un esempio storico: il participio in -esto.
Facciamo ora un esempio storico, ben determinato, che presenta aspetti curiosi ed interessanti.
Si tratta di un caso tipico di doppia innovazione, determinato da Venezia nel corso dei secoli, che non ha ancora concluso il suo processo: i participi in /-ù/ e in /-est(o)/, ad es. veñù e veñésto.
Il tipo -UTO deriva dalla forma debole del participio -UTUM della coniugazione latina in E (proveniente dai verbi in -UERE), accanto ad -ATUM e -ITUM; in dialetto la normale evoluzione ha dato -UTO > -udo > -ùo (oppure -ù).
Il tipo -ESTO dipende da una parallela formazione di participio debole in Italia settentrionale, modellata sul tipo latino forte POSITUS > POSTO: ad es., dal perfetto forte MOUIT si origina la forma concorrente di perfetto debole mové, il cui participio passato mové + st(o) da' movést(o).
Il morfema invade poi la coniugazione in I > veñést (oppure la terminazione rimane in /i/ come in kaìst "caduto", tipico della Sinistra Piave).
Del resto gia' nel grammatico Virgilio (V-VI sec.) compare il participio LEGESTUM, avvalorando l'ipotesi che la formazione risulti gia' nata nel latino. La presenza di questi due allomorfi determina una strana situazione: i parlanti dialettali -diciamo, per comodita'- piu' sensibili alle mode linguistiche ritengono, ora, piu' elegante la forma veñù; gli altri, quelli piu' lontani dal centro innovatore, continuano a considerare forma piu' elegante veñest, anche se ben presto saranno (sono) indotti a cambiare idea. In epoca medioevale tutti i parlanti dialettali veneti pronunciavano veñù(do). Nei testi antichi -esto non compare con particolare frequenza ed e' quasi del tutto ignoto al bellunese e al trevisano nella fase arcaica. Ma la fortuna di -esto nei dialetti veneti e' legata alla sua adozione (1400-1500) nel veneziano antico, in alcuni verbi; e cio' ha dato il via al processo di imitazione. Ma ora -esto e' stato del tutto eliminato dalle citta' venete meridionali, compresa la fascia urbana attorno a Venezia.
Perche' proprio da Venezia, ad un certo momento, parti' la restituzione per influsso italiano di -UTU > -ù(d)o, mentre ancora -esto non era arrivato a tutti gli strati sociali come forma piu' elegante.
Come s'e' visto, i ceti piu' abbienti non sopportano -storicamente- di perdere la loro preminenza linguistica, il segno della loro differenza dagli altri, costituito da un modo diverso - secondo loro, piu' fine- di parlare. Quando si accorsero che -esto ormai era penetrato in altri strati reagirono e tornarono ad -ù, ed il ciclo imitativo ricomincio'.
Il tipo -esto intanto guadagnava terreno nelle campagne, e nel Veneto settentrionale, dove i parlanti ignoravano il contrordine, l'inversione di tendenza: per loro, ora, il tipo piu' elegante era -esto.
E tuttora nelle aree periferiche l'uso di -esto e' ritenuto indice di parlata piu' fine e meno plebea, ed anzi, il morfema e' stato assunto anche da forme verbali che altrove non lo conoscevano (ipercorrezione): si veda, ad es., il citato kaìst.
Fra un po' anche questi parlanti capiranno che bisogna tornare ad -ù(d)o. Per intanto, mentre ormai dappertutto in Veneto e' considerato un tratto locale da evitare, in certe zone marginali di campagna il participio passato -esto e' diventato un elemento distintivo di lingua superiore, pur non trovando appoggio nell'italiano.
Potra' anche capitare ormai che i piu' giovani fra questi parlanti dialettali, cioe' fra quelli che ancora annoverano -esto nella loro competenza linguistica, passino direttamente -variando poi a seconda delle situazioni- dal tipo veñest al tipo italiano venuto, saltando a pie' pari, e magari ignorando che sia mai esistito, veñù.
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