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Commutazione di codice ed enunciati mistilingui

Prendiamo in considerazione la trascrizione di un text dialettale raccolto a San Giovanni di Motta di Livenza e pubblicato in trascrizione fonetica in appendice alla monografia riservata al Veneto del "Profilo dei dialetti italiani" (ZAMBONI 1974:88-89), e osserviamone innanzitutto i fenomeni sociolinguistici di interferenza tra dialetto rustico trevigiano, sovrapposizione della koine' veneziana e superstrato italiano popolare.

Numerosi indizi nel parlato dell'informatrice evidenziano una situazione di variabilita'.

Ci limitiamo a registrarne alcuni, soprattutto in ambito fonologico, livello che possiede, assieme al lessico, e diversamente dalla sintassi e dalla morfologia, la massima variabilita' potenziale a causa di influssi extralinguistici e sociali (cfr. BERRUTO 1995: 62).

In un context più informale con riferimenti al proprio passato sentimentale, che chiameremo (a), l'informatrice usa parké "perche'", col tipico fenomeno dialettale di apertura di /e/ protonica davanti ad /r/; ma in un segmento narrativo caratterizzato dalla presenza formalizzante dell'elemento religioso, che chiameremo (b), un filtro di interferenza linguistico col dominio superiore (l'italiano regionale) produce la chiusura in perké.

Viceversa, a fronte di un generale fenomeno venezianeggiante di lenizione di /l/, appare la forma conservata in èa la ghe risponde.

Assai istruttivo e' il fenomeno della caduta delle vocali finali, cosi' tipico del gruppo dialettale trevigiano-bellunese. Nel nostro text, ad una ricca serie di lessemi apocopanti, che travalicano le condizioni veneziane, risponde la presenza di alcuni termini con la vocale conservata nel context (b): kanpi, fato; anche in legame fonosintattico: tuto kontento. Analogamente, (a) presenta vòi "voglio", con la caduta della vocale finale, mentre in (b) compare vòio, con il blocco della regola apocopante.

Ma il blocco dimostra la sua asistematicita' sia nel context (a) in cui appare el diz "egli dice", che nel context (b): infatti a due occorrenze dize "(ella) dice" risponde la forma abberrante diz (intermedia fra l'esito di koine' dize ed il rustico dis), indice certo di insicurezza e di interferenza linguistica.

Inoltre nel text la vocale non cade dopo velare (bianko) o dopo labiale (kanpi): il fenomeno si mantiene quindi in posizione intermedia tra le condizioni veneziane e quelle schiettamente altovenete.

La variabilita' del codice emerge anche nei seguenti fenomeni:

- intermittente realizzazione dell'interdentale sonora [D] < DJ (che ha distribuzione simile a [D], allofono di /d/) in mèDa "mezza", contro gli italianismi giorno, Giovani, imagine;

- riduzione a continua dell'occlusiva velare intervocalica in sioraloGo, le Ganbe contro il mantenimento in neghe, dighe, ecc.;

- perdita della velarizzazione in kando (contro kuà) e conservazione italianizzante in el guardi (contro varda);

- alternanza fra la pronuncia labiodentale vèc'a, vénthe, 'nfermo e quella approssimante bilabiale sonora e sorda Becét, Bénthe, 'nFermo .

In campo morfologico traluce la medesima condizione di variabilita':

- articoli allomorfi al/el (o si tratta solo di variazione fonologica?);

- l'imperfetto mi ièra contro il tipico morfema /e/ in ghevée, neghe, aspete;

- il congiuntivo vèña dove ci aspetteremmo l'indicativo veñe, più omogeneo col registro più rustico espresso da forme come il condizionale in /ae/ baearàe;

- la concrezione veneziana dell'avverbio ghe col verbo aver da cui la forma go da dar contro il trevigiano-bellunese mi ò dit.

In campo lessicale abbiamo sedia (dove ci saremmo aspettati karèga), e una coppia sinonimica, tratta da due codici diversi, con un evidente intento didascalico: cizioét / kapitel.

Anche all'interno del codice dialettale rustico, regole fonologiche categoriche, in origine distinte, sembrano risentire di interferenze morfofonologiche, per cui, ad es., l'informatrice pronuncia pert, con [t], il participio passato "perso", invece di pers, con /s/. L'esito con la dentale potrebbe risentire della forma dialettale pert " (egli) perde", derivante da normale desonorizzazione della consonante finale rimasta scoperta , oltre che di interferenze da ottimizzazione diasistematica del tipo pers / perth.

Emblematica, per le sue implicazioni sociolinguistiche, la cospicua emergenza nel text di tratti di nasalizzazione della vocale (ûn, tânte, pônt, ecc.), a cui risponde, ma in variabile indipendente, il caratteristico tratto veneto dell'allofono nasale velare [N], generalizzato in posizione finale e in chiusura di sillaba anteconsonantico (per cui, piu' correttamente, ûN, tâNte, pôNt, ecc., ma anche, ad es., kaNpi, koNparì).

Dall'analisi del text mottense riportato da Zamboni -di cui or ora abbiamo fatto notare l'emergenza di fenomeni di variabilita' nella competenza linguistica- emergono tratti venezianeggianti affiancati a tratti di notevole conservativita' trevigiano-bellunese, caratteristica questa tipica del liventino. I tratti maggiormente ascrivibili al veneziano sono i seguenti:

- il trattamento di /l/ evanescente (voéa, baeàr, se easén, ecc.; mentre finale kapitel);

- la dittongazione nella serie palatale e in quella velare (píe, ankúo, e sioraloGo con la tipica riduzione /uo/ > /io/ veneziana): emblematiche soprattutto le ricorrenze del verbo "essere" ièra, ierési (in cui compare, pero', il caratteristico /-si/ enclitico);

- il trattamento di CL > [c'] (Becét) .

I tratti invece piu' aderenti al patois trevigiano-bellunese, in campo fonologico e della struttura della parola, appaiono questi:

- la caduta delle vocali finali dopo dentale e sibilante (pont, dit, pitost, 'ndat, e tante ben con la vocale /-e/ di ripristino, ecc.; ades, dis) ;

- la presenza delle interdentali, sorda /th/ e sonora /D/, tratto assai tipico del patois trevigiano-bellunese ed estraneo al veneziano; il fatto che l'informatrice nel nostro text usi le interdentali e non le sibilanti forti indica un registro piuttosto rustico;

- la chiusura di /e/ protonico in /i/ davanti a palatale: ti si, Bistìa, Biñù.

Per quanto riguarda la morfologia trevigiano-bellunese notiamo:

- il morfema /-e/ di prima persona singolare (ghevée, neghe, aspete);

- l'imperfetto con vocale tematica /e/ nei verbi della prima coniugazione come estensione di -EBA ('ndéa "andava");

- le caratteristiche forme verbali di I e II persona plurale con l'enclitico /-si/ (qui ierési) (su cui v. Marcato 1990:84);

- la tipica terminazione /-en/ di prima plurale: easén (derivante da un incrocio tra /-emo/ e /-on/);

- il condizionale arcaico in /ae/: baearae;

- la conservazione delle forme originarie (e)l é "è" contro veneziano zé, e del verbo "avere" senza /g/ contro la concrezione del clitico esistenziale ghe "ci" in veneziano, peraltro ancora distinto sino all' 800;

- la forma debole di participio passato s' a ga konparì "e' comparsa", con l'uso dell'ausiliare "avere" e l'eccezionale presenza del SIC narrativo in un costrutto presentativo, con soggetto posposto, gia' segnalata da Sanga 1996:91,n.193.

In ambito sintattico -che pure costituisce un livello di analisi privilegiato perche' meno suscettibile di altri di essere toccato dall'influsso esterno, sociale, extralinguistico-, ora in grande sviluppo anche nella dialettologia italiana, osserviamo solamente un esempio di inversione dei clitici, secondo l' ordine, rispettivamente:

1) oggetto diretto 2) oggetto indiretto: dighe k el t o dito mi, diversamente dalla forma canonica con ordine inverso.
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