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Glottodidattica - Il dialetto a scuola

"Ha mai seriamente avuto posto nella scuola il dialetto? […] La risposta che viene è decisamente negativa: il dialetto non ha mai avuto seriamente posto nella scuola". Questa è la recisa opinione di Valter Deon 1981:233, che continua: "E ciò per varie ragioni: la prima che viene in mente è che le finalità di uno "studio del dialetto" sono sempre state esterne al dialetto stesso: o il dialetto consolatorio o il dialetto come campo di coltivazione della speranza o il dialetto-museo. O ancora: il dialetto per socializzare gli alunni o per cercare di frenare la morte di un mondo ormai alla fine; o anche, in modo più raffinato, per dimostrare la restrittività delle sue possibilità comunicative o, all’opposto, per ricrearne le suggestioni, quasi cifrario per la culla, la mamma, la saggezza del nonno…". Se queste osservazioni sono fondate, ecco allora che, come dice M. A. Cortelazzo 1984:40, "…la richiesta che qualcuno fa oggi di insegnare il veneto a scuola ha da una parte il sapore di una dichiarazione di agonia del veneto (e la scuola verrebbe a corrispondere alla sala di rianimazione), dall’altra una valenza di simbolo, più che di efficace strumento di salvaguardia del veneto".

Il problema quindi è molto complesso e non sopporta "folklorismi", "ideologismi" o dilettantismi di sorta.

Da determinati principi democratici per l’insegnamento linguistico, come le Dieci Tesi del 1975, possono nascere approcci diversi alla trattazione del dialetto a scuola, tutti ugualmente legittimi, anche se non tutti egualmente applicabili in ogni situazione scolastica, che sulla base di M.A. Cortelazzo 1986 enumeriamo come segue:

Approcci diversi alla trattazione del dialetto a scuola

a) insegnamento del dialetto in quanto lingua

b) dialetto come "bene culturale" da scoprire, o da recuperare, assieme ad altri beni legati alla storia e alla cultura locali

c) dialetto come codice veicolare di fatti ed esperienze relativi agli ambiti della cultura locale

d) dialetto come codice veicolare nel quale si trasmettono tutte le nozioni oggetto d’insegnamento

e) dialetto come sistema linguistico sul quale riflettere, dal punto di vista:

- sociolinguistico

- contrastivo

- storico-comparativo

D’altra parte, come sostiene ancora M.A. Cortelazzo 1986, la scuola è l’ultima tappa che un "dialetto" deve percorrere per raggiungere lo status di lingua

Tappe che un "dialetto" deve percorrere per raggiungere lo status di lingua

a) accrescimento dei domini di applicazione nello scritto e nel parlato

b) diffusione attraverso la radio e la televisione

c) unificazione ortografica

d) unificazione della norma scritta ed eventualmente orale

e) solo come ultimo gradino c’è "l’attenzione alla lingua nelle associazioni (anche e soprattutto in quelle che non hanno fini linguistici) e nell’attività giovanile, particolarmente nella scuola"

Invece, ad esempio, l’analisi contrastiva dialetto-italiano in aree dialettofone permette di fare riflessione grammaticale su una lingua in più rispetto a quelle utilizzate a scuola, ed è utile:

a) per avviare una terapia dell’errore dovuto all’interferenza

b) per individuare i campi nei quali la riflessione linguistica può proficuamente utilizzare anche la competenza dialettale degli alunni

Ecco perché ritengo ancora condivisibili le opinioni che espressi qualche mese fa in un’intervista volante resa al quindicinale vittoriese L’Azione, che qui riproduco

Cosa ne pensano gli esperti di dialettologia dell’iniziativa della Provincia di Treviso per l’insegnamento del dialetto a scuola? Abbiamo interpellato Stefano Mazzaro, trevigiano, insegnante ed esperto di dialettologia. "Sono piuttosto scettico! — risponde Mazzaro — Oltre che problemi per le strutture o per le persone che dovrebbero esercitarlo, l’insegnamento del dialetto si trova a dover risolvere quello della ‘macrodiglossia’, cioè della contaminazione reciproca tra italiano e dialetto. È un problema scientifico. Non è ancora chiarito in quale rapporto i due domini debbano stare tra loro: o di separazione tra italiano e dialetto, che nel Veneto è però impossibile; oppure puntando ad una "koinè" istituzionalizzata, artificiale, che farebbe torto sia all’italiano che al dialetto. Prima andrebbe quindi definito uno status delle due lingue e poi, ed è difficile, in che modo possano stare insieme".

Mazzaro esprime perplessità anche sul significato che assumono talune iniziative legate al dialetto: "Non vorrei che la riscoperta del dialetto fosse strumentalizzata per motivi politici o ideologici. Fino a un po’ di anni fa il dialetto doveva essere rifiutato, ora deve essere rivalutato… magari sconfinando nel folklore.

Da una parte c’è il rischio di sopravvalutare il dialetto: lo si recupera come il dialetto della coscienza, della famiglia, del cuore, dell’autenticità, e non è vero! Oppure viene sottovalutato incosciamente perché si pensa sia una lingua degradata, che deriva dall’italiano: invece ha una sua evoluzione originale, e deriva dal latino.

"Non dobbiamo poi dimenticare che il dialetto è una lingua viva che si evolve, che assume caratteristiche diverse a seconda dell’area geografica, dell’età, della condizione socio-economica. Addirittura, in una stessa persona che lo parla, cambia a seconda dell’interlocutore o dell’umore".

Per Mazzaro gli interrogativi e i dubbi vanno quindi oltre: "Perciò dobbiamo chiarire di quale dialetto parliamo: del dialetto arcaico dei nostri nonni - che non esiste più — o della ‘koinè’ che si sente usare oggi? E poi è da definire chi siano i nuovi utenti del dialetto. Chi l’ha detto che c’è gente che lo vuole imparare? Non vorrei che cercassimo di imporre dall’alto, anche con fini nobili, il recupero di qualcosa che non interessa nessuno. Chi l’ha detto che effettivamente ci sono genitori che vogliono per i loro figli il recupero del dialetto? Ma se c’è tanta voglia di insegnare il dialetto, che glielo insegnino loro a casa, non c’è bisogno della scuola! D’altra parte nella nostra realtà è diffuso il costume di molti genitori che tra loro parlano in dialetto e poi con i figli parlano in italiano. Penso piuttosto alla formazione sul territorio di operatori culturali preparati e in grado di stimolare gli enti locali alla "scoperta", dignitosamente scientifica, del complesso reticolo su cui si fonda la cultura locale."
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