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Dialettologia tipologica (sincronica) - Il dialetto trevigiano-bellunese storico

Se prendiamo in considerazione in particolare il gruppo settentrionale da un punto di vista diacronico (storico), esso e' costituito dal bellunese, dal feltrino e dal trevigiano rustico, con la varieta' liventina e la subarea del Primiero.
Storicamente ha assunto una fisionimia ben definita, molto piu' marcata quando non era ancora fortemente sottoposto alla martellante pressione della koine', mentre, attualmente, i fenomeni piu' conservativi si possono cogliere, nel trevigiano, solo nelle aree appartate.
Il territorio trevigiano costituisce oggi un'area fortemente permeata da particolarita' veneziane.
Attualmente il Piave segna un importante confine linguistico, dato che oltre di esso -nella Sinistra Piave- si trovano i territori piu' conservativi sulla direttrice Conegliano-Oderzo-San Dona'.
Piu' a nord-ovest i fenomeni che caratterizzano questo tipo dialettale cominciano a mostrarsi consistentemente oltre Montebelluna, alla stretta di Quero, che immette nell'area feltrina (con l'appendice primierotta, che amministrativamente pero' e' trentina), cioe' nella zona d'interferenza alto trevigiana-bellunese.
La Val Belluna segna l'inizio del territorio bellunatto vero e proprio (con l'appendice basso-bellunese del circondario di Vittorio Veneto), che arriva a contatto coi tipi ladini dopo Agordo e in Cadore.
Infine, un particolare tipo di trevigiano rustico e' diffuso nella fascia costiera fra Piave e Livenza, fino al Portogruarese, dove si fanno sentire sensibili influssi veneziani: e' questa la varieta' "liventina". Comprende i dialetti posti tra Conegliano, il Piave, la Livenza (e oltre, sino ai confini friulani) e il mare: zone di Oderzo, Mansue', Motta di Livenza; S. Stino di Livenza, S. Dona' di Piave, Ceggia, Portogruaro e Fossalta di Piave.

IL LIVENTINO: CONSIDERAZIONI DIALETTOLOGICHE
Dall'analisi del testo mottense riportato da Zamboni 1974 -di cui prima abbiamo fatto notare l'emergenza di fenomeni di variabilita' nella competenza linguistica- emergono tratti venezianeggianti affiancati a tratti di notevole conservativita' trevigiano-bellunese, caratteristica questa tipica del liventino.
I tratti maggiormente ascrivibili al veneziano sono i seguenti:
- il trattamento di /l/ evanescente (voéa, baeàr, se easén, ecc.; mentre finale kapitel);
- la dittongazione nella serie palatale e in quella velare (píe, ankúo, e sioralo/o con la tipica riduzione /uo/ > /io/ veneziana): emblematiche soprattutto le ricorrenze del verbo "essere" ièra, ierési (in cui compare, pero', il caratteristico /-si/ enclitico);
- il trattamento di CL > [c'] (Becét).
I tratti invece piu' aderenti al patois trevigiano-bellunese, in campo fonologico e della struttura della parola, appaiono questi:
- la caduta delle vocali finali dopo dentale e sibilante (pont, dit, pitost, 'ndat, e tante ben con la vocale /-e/ di ripristino, ecc.; ades, dis);
- la presenza delle interdentali, sorda /T/ e sonora /D/, tratto assai tipico del patois trevigiano-bellunese ed estraneo al veneziano; il fatto che l'informatrice nel nostro testo usi le interdentali e non le sibilanti forti indica un registro piuttosto rustico;
- la chiusura di /e/ protonico in /i/ davanti a palatale: ti si, Bistìa, Biñù. Per quanto riguarda la morfologia trevigiano-bellunese notiamo:
- il morfema /-e/ di prima persona singolare (ghevée, neghe, aspete);
- l'imperfetto con vocale tematica /e/ nei verbi della prima coniugazione come estensione di -EBA ('ndéa "andava");
- le caratteristiche forme verbali di I e II persona plurale con l'enclitico /-si/ (qui ierési) (su cui v. MARCATO 1990:84);
- la tipica terminazione /-en/ di prima plurale: easén (derivante da un incrocio tra /-emo/ e /-on/;
- il condizionale arcaico in /ae/: baearae;
- la conservazione delle forme originarie (e)l é "è" contro veneziano zé, e del verbo "avere" senza /g/ contro la concrezione del clitico esistenziale ghe "ci" in veneziano, peraltro ancora distinto sino all' 800;
- la forma debole di participio passato s' a ga konparì "e' comparsa", con l'uso dell'ausiliare "avere".
In ambito sintattico -che pure costituisce un livello di analisi privilegiato perche' meno suscettibile di altri di essere toccato dall'influsso esterno, sociale, extralinguistico-, settore fondamentale della linguistica e ora in grande sviluppo anche nella dialettologia italiana soprattutto nel campo dei clitici osserviamo solamente due esempi di inversione dei clitici, secondo l' ordine, rispettivamente: 1) oggetto diretto 2) oggetto indiretto: dighe k el t o dito mi, diversamente dalla forma canonica 1) oggetto indiretto 2) oggetto diretto;
il gia' citato s' a ga konparì, con 1) pronome riflessivo, 2) clitico soggetto).
Ma che il liventino abbia posseduto storicamente tutte le caratteristiche del veneto settentrionale rustico e' confermato sia dalla ricognizione toponomastica (branca della linguistica che, come e' noto, permette il riconoscimento delle strutture antiche di una lingua) condotta magistralmente da ZAMBONI 1983, sia dalla documentazione, praticamente sconosciuta, lasciata nel 1874 dal parroco di Pianzano Giuseppe BAROZZI, intelligente precursore degli studi dialettologici liventini, pur con le inevitabili ingenuita' proprie della sua epoca.
Dunque, Zamboni conferma che le caratteristiche dialettali mostrate dai toponimi esaminati tra Piave e Livenza si confanno esattamente al tipo veneto trevigiano-bellunese (con fenomeni peculiari gia' ribaditi, come la caduta diffusa delle vocali finali e la presenza antica delle interdentali) e lasciano emergere arcaismi interessanti, fra i quali:
- la neutralizzazione del contrasto sorda/sonora in finale di parola (dal Barozzi abbiamo: fret "freddo", spanz [con (z) che indica l'interdentale sorda!] "spande", falz "falce", Alpac "Alpago", spac "spago", os "voce", bef "beve", vif "vive"); - l'esito labializzato del tipo RIVUS > ru;
- resti di metafonesi, specie di contatto;
- l'esito /u/ (< /uo/) da O breve latino;
- dittongazione discendente in sillaba chiusa;
- l'esito iert "erto";
- il passaggio /au/ > /ol/, frequente nel trevigiano antico (Barozzi: calcolsa "qualcosa", olsar "osare");
- la tendenza a dileguo di /-j-/;
- casi di betacismo (Barozzi: bolp "volpe", banpor "vapore", banpa "vampa"); - passaggio /-dj-/, /-gj-/ > /-j-/;
- sincope dell'intertonica davanti a /r/ (Barozzi: lievro "lepre"; e con epentesi, tipica del trevigiano-bellunese, di /d/: vendre "venerdi'", zendre "cenere"); - il passaggio /-n(n)-/ > /-nd-/;
- la caduta di /v/ iniziale di parola (Barozzi: os "voce", olta "volta") ; - conservazione di /s/ finale nei nomi;
- casi diffusi di epitesi consonantica;
- casi di dileguo, in determinate condizioni, delle consonanti in uscita; - frequenza dell'ampliamento verbale in /-ejo/ (Barozzi: bestemea "bestemmia"; con ampliamento simile anche nell'imperfetto congiuntivo alla prima e seconda persona plurale: finisesse, stabilisesse, morisesse, sentisesse);
- frequenza delle formazioni di plurale in /-oi, -ai/ < -ONI, -ANI (Barozzi: botoi "bottoni", portoi "portoni", palazzoi "palazzoni");
- la valenza (non accrescitiva) di -O, -ONIS (ad es. Piavon) (Barozzi, come ampliamento verbale: cridonar "gridare", strepitonar "strepitare").
Dal BAROZZI inoltre aggiungiamo (oltre a fenomeni gia' citati, come il morfema /e/ della prima persona verbale e il condizionale in /ae/):
- innanzitutto l'inequivocabile indizio di palatalizzazione di /ka/ (ciapuzzar "inciampare") (20);
- /aj/ > /e/ (egua "acqua");
- /tj-/ > /c'/ (cior "prendere" da *tjol < tuol < TOLLERE);
- caduta di /g-/ (onfio "gonfio");
- /l/ > /n/ (pons "polso");
- /n/ > /l/ (lumero "numero")
- /l/ > /r/ (S. Fris "S. Felice", fragel "flagello");
- /m/ > /n/ (fan "fame", fun "fumo", on "uomo");
- /n/ > /m/ (somet "sonnetto");
- /n-/ > /ñ/ (gnon "nome")
- /g'-/ > /j-/ (jaz "ghiaccio", jan "ghianda");
- /c'/ > /j/ (panoia "pannocchia", reia "orecchia");
- variabilita' e scambio tra /f/ e interdentale sorda ( ferion/zerion "lettiga? bestia da soma?"; nel dizionario di Caneva: thenocio "finocchio" [/th/ indica l'interdentale], thiap "molle, tenero, sgonfio" rispettivamente per fenocio, fiap);
- metatesi (malisandra "salamandra");
- epentesi di /r/ (arcassia "acacia", malamentre "malamente");
- metaplasmi nominali ('l nef "la neve", 'l not "la notte"; la fiel "il fiele", la miel "il miele", la gnon "il nome", la solz "il solco");
- pronome personale tu (ti tu é "tu sei", ti tu a "tu hai");
- metaplasmi verbali (disande "dicendo", ridande "ridendo");
- /-si/ enclitico nella prima e seconda persona plurale dei verbi (erionsi "eravamo", eriessi "eravate", vionsi "avevamo", viessi "avevate");
- /-on/ di prima persona plurale dei verbi (noi altri son "noi siamo", noi altri on "noi abbiamo");
- gerundio in /-ande/, famoso nella storia della dialettogia alto-veneta perche' il Salvioni ne fece uno dei tratti distintivi del trevigiano rispetto al bellunese (magnande, sonande, disande, ridande);
- suffisso /-ot/ (grandot "piuttosto grande", pizzolot "piuttosto piccolo", un pezzot "alquanto tempo", esser in tenpot "essere piuttosto attempatello");
- nel lessico, segnaliamo un gruzzolo di termini racimolati dal Barozzi, moltissimi dei quali trovano preciso riscontro ad es. nella parlata di Caneva (RUPOLO-BORIN 1982), territorio amministrativamente friulano ma linguisticamente "trevisano rustico orientale, con venature friulane concordiesi esterne", secondo la definizione di G.B. Pellegrini: ancoi "oggi", bela "forse", cuca "noce", doi "due", ost "agosto", farsora "padella da friggere", imprumar "usare una cosa per la prima volta", ponder "fare le uova", sgarba "poppa della vacca", strumar "emettere un aroma intenso", asiva "agnella che ha passato l'anno senza figliare", pat "pianerottolo", morona "serto", muzzola "pannocchia di granoturco mai sviluppata, con radi chicchi", petar "percuotere", dindia "tacchina", arbol "albero", sesola "paletta di legno a manico molto corto, usata per i cereali", arar "vivere miseramente penando", corason "cuore", ladin "facile a dire male d'altrui", stela "scheggia di legno", zanche "trampoli", fien de anton "fieno di falce", per amorde "affinche'", starnir "apprestare la lettiera ai bovini", posent "luogo protetto dal vento, e ben esposto al sole", descalz "scalzo", turlindana "drappo sottilissimo da coprire i bambini per difenderli dalle mosche", brega "tavola", brenta "tino", olsar "osare", garnel "semente", magon "stomaco", fondal "tagliere", gardus "maggiolino", ignor "da vicino", ian "ghianda", laip "truogolo", matant "tantissimo", nome' "solamente", razza "anitra", strasegne "grondaie", truscar "cozzare", ucar "urlare", cea "vacca piccola", vanuia "cassamadia ove si scotta il porco", zurlo "trottola", paz "sporco", cair "cadere", mudol "rospo del pantano", pelegren "grembiule", mular "muggire", concol "porca", crot "malato", bondola "salsiccia", inbramirse "gelarsi", cogner "bisognare", comòdo "come", dessedarse "svegliarsi", desmissiarse "svegliarsi", feda "pecora", greme "quanto lascia la bestia dell'erba da mangiare", pander "rivelare", sedel "vaso per mungere", sunar "raccogliere", verta "primavera", van "vaglio", rumar "grufolare", castegna "castagna", pisa "specie di trottola", sculier "cucchiaio", criola "cesta da polli", lor "bianco-bruno", in pè "invece", a una "insieme", buscar "cercare", caiarse "coagularsi", despò "dopo", era "aia", chiz "noce a cui e' difficile estrarre il gheriglio", lazzon "gheriglio", grap "fossa davanti ai cimiteri, coperta di una grata di ferro, per impedire il passaggio ai quadrupedi", incozzarse "sporcarsi", lungar "arrivare", sghirlo "nodo di vento", smalzar "scremare (il latte)", smir "strutto", utia "frasconaia", lenzer "leccare", mas "quantita' di terreno", rinzinar "nitrire", panera "madia", spienza "milza".
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