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Dialettologia filologica (storica) - Filologia dei testi dialettali antichi

Lo scenario di trasformazione linguistica impegna le indagini dialettologiche investendo vari campi disciplinari.
Dunque, che senso ha, oggi, quando disponiamo di sofisticate tecniche di ricerca sul campo, utilizzare testi letterari antichi a fini dialettologici? Non sarebbe meglio lasciarli alla storia letteraria o, qualora non rivestano alcuna importanza in tal senso, trascurarli del tutto?
Non e' un rilievo ozioso perche' sul problema della dequalificazione della ricerca dialettologica antica hanno espresso la loro preoccupazione anche celeberrimi specialisti e studiosi come, ad es., Alfredo STUSSI, Filologia veneta, in AA.VV., Scritti linguistici in onore di Giovan Battista Pellegrini, Pisa 1983, p.341-355, il quale afferma che "la storia dei dialetti italiani (comunque la si intenda) tuttora e' spesso terra di nessuno dal punto do vista dell'annessione ad un ambito disciplinare: e' rifiutata da chi considera la dialettologia disciplina esclusivamente sincronica e orientata alla ricerca sul campo con, al massimo, strumentali retrospezioni; ma non e' del tutto pacifico nemmeno il suo diritto di cittadinanza all'interno della storia della lingua, salvo che per i primi secoli, quando i documenti del volgare si sogliono chiamare 'italiani'".
Tuttavia nella ricerca dialettologica attualmente piu' progredita si conviene che alla descrizione sincronica dei gruppi dialettali e delle dinamiche di cambiamento vada affiancata l'analisi delle testimonianze dialettali antiche -a vari livelli di articolazione e complessita'- destinata a (ri)costituire un generale impulso alla soluzione dei problemi di grammatica storica e di classificazione.
L'obiettivo a cui tendere consiste, in ambito veneto, secondo l'auspicio di Alberto ZAMBONI, Per una grammatica regionale (con particolare riguardo al dominio veneto), in AA.VV., La dialettologia italiana oggi: studi offerti a Manlio Cortelazzo, Tubingen 1989, p.197-208, nella redazione "di una grammatica storica del diasistema veneto comprendente tutti i dialetti antichi e moderni in tutti i loro aspetti" finalizzata ad una sicura tipologizzazione storica del veneto.
I testi letterari dialettali sono quasi le uniche fonti (assieme alla toponomastica) di cui disponiamo per tentare di estrapolare qualche dato utile alla caratterizzazione di una parlata nei secoli scorsi.
Con testi cinquecenteschi si opera in condizioni privilegiate perche' solo in questo secolo si raggiunge la consapevolezza che ormai c'e' una lingua letteraria comune valida per tutta l'Italia, e solo ora comincia a fiorire una letteratura dialettale 'riflessa' in cui consapevolmente si cerca di riprodurre con qualche fedelta' la parlata popolare, anche se questo genere di composizioni e' spesso esposto al rischio di ipercaratterizzazioni o di parodia.
Prima del '500 gli sporadici tratti locali rimangono annegati entro preponderanti forme di koine' regionale o interregionale, utilizzate con intenti nobilitanti, per cui le forme linguistiche tipicamente municipali affiorano solo ove si adoperi coscientemente il mistilinguismo o il patois come elemento caratterizzante: eminente e precoce testimonianza ne offrono la Canzone di Auliver ed il sonetto 'tarvisinus' della tenzone trilingue nel canzoniere di Nicolo' de' Rossi per l'ambito trevigiano, ed il celebre Ritmo del XII secolo per quello bellunese.
Ma sull'effettiva possibilita' di utilizzo della produzione antica (almeno sino a tutto il ''700) aleggia la pregiudiziale filologica dell'edizione sicura dei testi, tuttora incerta in ambito veneto, come pure incerta ne risulta, in molti casi, la localizzazione e la classificazione tipologica.
Stussi ha notato che "dialettologi e linguisti moderni spesso si accostano ai testi antichi senza quelle precauzioni che i filologi sono abituati ad avere (salvo, beninteso, commettere peccati, magari ben piu' gravi, di lesa dialettologia)".
In effetti, testi unanimemente considerati 'difficili' come quelli veneto-settentrionali cinquecenteschi, richiedono una minuziosa cura filologica, anche perche' spesso risulta molto complesso riconoscere gli errori e la stratificazione linguistica addebitabili al copista e alla eventuale precedente tradizione del testo, per non parlare dei gravi problemi che comporta ogni commutazione dal livello grafico a quello linguistico.
Anche sulla corretta esegesi dei testi privilegiati cui si e' accennato permangono serie riserve perche' si sa che la pratica letteraria era prerogativa delle classi culturalmente (e quindi socio-economicamente) piu' elevate e spesso la vita e le opinioni dei contadini fornivano il pretesto per esercitazioni o polemiche letterarie da parte di intellettuali che optarono per il codice di un dialetto rustico prima per scelta stilistica che linguistica, per cui nelle loro opere si registrano fenomeni di interferenza col codice primario che, a livello di lingua scritta, forse era gia' il volgare italiano (o la koine' veneziana?).
Inoltre nell'ambito specifico delle composizioni 'villanesche' cinquecentesche veneto-settentrionali altre questioni discriminanti si aprono.
Per lingua 'villanesca' intendiamo la lingua (letteraria) usata in composizioni eglogistiche (o comunque 'liriche') tendenti ad 'imitare' la parlata rustica trevigiano-bellunese (con tutte le approssimazioni diatopiche, diastratiche e stilistiche che tale definizione comporta).
Alla volta del primo ventennio del '500 -periodo nel quale presumibilmente si colloca l'intera opera di Paolo da Castello e parte di quella del notaio bellunese Cavassico- 'lingua villanesca' non e' ancora sinonimo di 'lingua pavana'.
Allora non era ancora esplosa la grande personalita' del Ruzante, il caposcuola della produzione pavana (ma egli gia' recitava e componeva), tuttavia, come si sa, esiste una notevole attivita' letteraria dialettale 'preruzantesca' fin dal '400, condensata in gran parte negli Antichi testi del Lovarini.
Sappiamo pure, che sull'onda dell'esempio beolchiano, la letteratura pavana si propose come 'alter-lingua' letteraria e che venne "assunta nella consuetudine come lingua emblematica della rusticita' veneta (Tuttle)"; questo e' un filone ben rappresentato anche da scrittori trevigiani, d'origine, come Bartolomeo Orioli, o d'elezione, come Nicolo' Zotti.
Del resto quella dei rapporti tra 'italiano', 'pavano' e dialetto locale trevigiano-bellunese e' un'annosa questione che ha impegnato il Salvioni alla fine del secolo scorso fin dalle illustrazioni linguistiche del Cavassico, e su cui sono tornati, volta a volta, il Mafera, il Pellegrini, ed anche la studiosa ungherese Eva Lax, soprattutto a proposito del letterato feltrino settecentesco Vittore Villabruna.
Occorre quindi grande cautela quando ci si accinge ad un'operazione filologica e dialettologica su testi dialettali antichi.
La condizione ideale per estrapolare le caratteristiche di un dialetto antico da un testo scritto "sarebbe quella di disporre di testi cronologicamente e stilisticamente omogenei e degli omologhi raffronti sincronici (I. PACCAGNELLA, Metodologia e problemi nell'analisi di testi veneti antichi, in AA.VV., Guida ai dialetti veneti, 1, Padova 1979, p.138)" e soprattutto sarebbe necessario agire in maniera parallela in modo, da un lato, di ricavare delle coordinate linguistiche tipicizzanti da testi di sicura collocazione geografica, e dall'altro, di estrarre dai testi quella serie di elementi linguistici che, confermando le coordinate altrimenti note, permette di collocarli in un ambito piu' preciso.
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