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Dialettologia filologica (storica) - Filologia dei testi dialettali antichi

UN’EGLOGA RUSTICA VENETO-SETTENTRIONALE DEL PRIMO '500: esempio di edizione critica
L'egloga in lingua villanesca di Busat e Croch (egloga minore) viene attribuita, dal manoscritto che la conserva, a Paolo da Castello, "nobile de la città di Belluno et cittadino Trivigiano" come recita la rubrica iniziale dell'egloga "maggiore", l'altro text precedentemente noto di questo letterato, e non vi ha dubbio che la responsabilità dell'opera ricada sul medesimo autore dell'egloga di Trotol e Mengela (egloga maggiore) - pubblicata, assieme ai sonetti, da Salvioni 1902-1905 - in quanto le concordanze stilistiche e linguistiche sono inequivocabili.

La composizione si trova a cc. 54v-58v del ms. 1445 della Biblioteca Comunale di Treviso. E’ preceduta a cc. 40v-54r da una redazione dell'egloga maggiore (T), - che si aggiunge, quindi, a quella curata da Salvioni (B) e alla redazione esistente nel ms. 91 della Biblioteca del Seminario di Padova (P) - ed è seguita, invece, da un sonetto, il sesto dell'edizione Salvioni, pubblicato da Contini 1985.



Criteri di edizione

La riproduzione del text è di tipo interpretativo.

La grafia segue quella originale, tranne che per (j) reso con (i), e (u), corrispondente a (v), reso con (v). Ho conservato, quindi, ad es., (y) di voya 56 che qui è introdotto per indicare /j/ semiconsonantica (cfr. Brugnolo: 134-5; Stussi 1965:XXXI), contrariamente a vuoia 3. Sono stati tuttavia distinti gli usi etimologici o pseudoetimologici di (h) integrando direttamente nel text (h) iniziale del verbo "avere" quando mancava, secondo l'uso moderno (e conservando quelle esistenti anche in contrasto con l'uso moderno, per esigenze di distinzione da "essere"), ed espungendo il grafema nella forma del verbo "essere" in cui compariva; inoltre, secondo un uso ormai invalso, ho introdotto (h) con valore diacritico per distinguere la pronuncia velare di /-ge/, /-gi/. L'introduzione dell'interpunzione, delle maiuscole, dei legamenti e le separazioni di parole sono regolati secondo l'uso moderno, ma ho mantenuto nelle preposizioni articolate l'alternanza fra forme staccate e forme unite (cfr. anche Vescovo:29), perché ritengo possibile il verificarsi di condizioni fonosintattiche diverse rispetto alla semplice interpretazione grafica. Inoltre anche nelle congiunzioni composte con /ke/ ho optato per la trascrizione separata nelle forme del tipo che "sicché", anchora que "ancorché", ecc., tranne in "perché", sempre unito (cfr. Tomasoni 1976:135); così anche, ad es., in tal bota 87 "talvolta", per non escludere una possibile interferenza con "botta". Ho introdotto i seguenti segni diacritici:

a) parentesi tonde entro le quali ho sciolto questi segni abbreviativi:

il titulus (trattino dritto) sempre con (n);

p con asta tagliata sempre con p(ar), tranne p(er) nella rubrica iniziale e p(er)dù 97;

d con asta tagliata sempre d(e);

dl con aste tagliate sempre d(el);

ch con asta tagliata sempre ch(e);

q, seguito dal segno simile a 3, tipico del -que enclitico latino, si è sciolto con que: q(uen)to 14, optando per una possibile veracità fonetica;

nra, con segno di abbreviazione in alto: n(ost)ra 26;

la nota tironiana è stata sciolta: (con), sia al vs. 128: (con)zar-me, che al vs. 61: (con)prà;

la linea obliqua nel manoscritto segnala l'abbreviazione del gruppo (er) in int(er)locutori della rubrica;

b) le parentesi uncinate racchiudono le integrazioni, limitate, come si è detto, all'introduzione di qualche <h> etimologico o diacritico, oltre a <'n> 16, m<u>ò 58, Pag<n>uchela 160 e pien<a> 167;

c) le parentesi quadre segnalano le espunzioni, che si riferiscono ai sei versi ipermetri e ad un (h) pseudoetimologico;

d) l'apostrofo indica che sono avvenute elisioni o aferesi; non si è posto nei troncamenti (salvo che per esigenze di distinzione da altri omografi, v. qui sotto), nemmeno nei casi in cui permanga il dubbio se si tratti di elisione o di troncamento della vocale finale trevisano-bellunese: ad es. celest in giuoria 150 (cfr. Tomasoni 1976:134; ma v. Tomasoni 1990:232); lo si è introdotto, tuttavia, nelle apocopi di carattere letterario secondo l'uso stabilito da Contini 1960;

e) l'accento acuto o grave indica rispettivamente la chiusura o l'apertura di /e,o/; a tal riguardo si precisa che /o/ finale accentato è sempre considerato aperto mentre ho introdotto una distinzione per /e/ finale accentata: aperta solo quando risulti dalla riduzione /aj>e/ ed in spè 132, sempre chiusa negli altri casi, in particolare in presenza di dittongo /je/, sulla base di pié 180, tuttora pronuncia più rustica rispetto a piè. La forma verbale è (III e VI persona di "essere") viene sempre riprodotta con accento grave, anche se in alcuni casi sarebbe stato preferibile introdurre l'accento grafico indicante la vocale chiusa, come nel dialetto rustico. L'uso dell'accento è limitato ai polisillabi tronchi uscenti in vocale e a taluni monosillabi, anche ove si renda necessaria una distinzione da altri omografi (v. qui sotto); esso è stato introdotto pure, in sillaba tonica, in presenza di caduta della consonante intervocalica (cfr. Vescovo:28; Contini 1985:293-294) ma non nelle forme del condizionale; inoltre in casi quali fuìs "tu fosti" per rimarcarne la derivazione analogica dalle forme deboli del perfetto e nei pronomi tonici mì, tì per segnalarne l'uso in particolari posizioni. Vanno considerate ossitone tutte le parole uscenti in consonante tranne fóssem 50, fantàstec 115, spavìsich 122, che perciò hanno l'accento, ed alcune normali forme verbali all'infinito quali romper 53, entender 92, paser 200, esser 79, meter 139. I monosillabi omografi vengono distinti secondo questo schema:



de "di"

de' "dei"

"dita"



"dì (giorno)"

di' "dici e di' (indicativo e imperativo di "dire’’)"



da "da"

"dà, danno (indicativo di "dare" )"



ve' "vedi (indicativo di "vedere")"

vê! "veh! (esclamativo)"



va "egli va (indicativo)"

va’ "va' (imperativo)"



mo "ma"

mo' "adesso"



me "mi (pronome personale atono nelle sue realizzazioni)"

me' "mio (in posizione atona)"

"mio (in posizione tonica)"

"mai"



"né"

ne "ne"



en "in"

en' "dentro (<INTUS)"



e "e"

e' "io"

è "è, sono (indicativo di "essere")"



sé' "sei (indicativo di "essere")"

se "se (congiunzione e pronome)"

"sete"

"io so"



"fece"

fe' "fede"



fié "feci"

fiè "fiate, volte"



co, con, cun "con"

co', con', cun' "come"



po' "poi"

"può (indicativo di "potere")"



"fanno (indicativo di ‘‘fare")"

fa "fa (avverbio di tempo)"

fa' "fa' (imperativo di ‘‘fare")"



f) la lineetta unisce tutti i pronomi enclitici col verbo precedente, ad indicarne la continuità grafico-fonetica, e le parole composte, sia fisse che occasionali; indica il raddoppiamento, innanzi a vocale, di (n) nelle proclitiche (cfr. Contini 1985a:20).

g) l'accento circonflesso indica la contrazione nei plurali di parole in /-io/ resi nel manoscritto con (-ij): savî; la contrazione avvenuta nelle forme verbali uscenti in /-ìi/: "io sentii", ecc.; la contrazione dovuta a caduta di consonante intervocalica, ad es., biâ "beata"; distingue "veh!" da altri omografi (cfr. Corti 1961:509).

Ho rinunciato all'introduzione di altri segni diacritici quali, ad es., il punto in alto per segnalare assimilazioni e quelli relativi alla metrica.

Tutti gli interventi sono segnalati in apparato, diviso in tre fasce: con la lettera si richiamano le osservazioni paleografiche, col numero quegli interventi che possono invece possedere una qualche importanza interpretativa nella restituzione del text (per tutti questi ultimi, v. comunque le note di restauro testuale), nella terza fascia si riportano le varianti sostanziali dell'edizione Contò e le emendazioni di Contini (queste ultime tra parentesi quadre).

 

text



EGLOGA {a} IN LINGUA VILANESCA

P(ER) IDEM PAULUM D(E) CASTELLO; INT(ER)LOCUTORI

BUSAT E CROCH, E BUSAT COMENZA:

<B.> S' tu no te inatemasse, vorou ben

dir-te, Croch, cent parole e fuos an pì

p(ar) sbramegar-me una vuoia che <h>è in sen;

e’ te l’ hè voiù dir zà fa assè dì

e sempremè me è vegnù pediment 5

a tal che <h>è indusià p(ar) fina qui.

C. Busat, fradel, e’ son nasù de zent

sì dulinciosa, e che è sì monesella,

che staroo in l'egua p(ar) far un content:

sì che quel che tu vuosi me favella 10

e mì te ascolterè fina a la fin

e po' tu me aldirè dovrar {b} la ochella.

B. La Pagnuchella de barba Buldrin

tu sesi ben, me' Croch, q(uen)to {1} che la ame

e quante fiè g<h>e hè pagà festa e vin, 15

e quanta {2} sé g<h>e porte e quanta fame

p(ar) statufar al dolze me' apetet

e vegnir dondre vuoie e donde brame,

e quanti no(n) dirè bez né marchet

mo trodele, {3} e di' tron an, hè spindù 20

p(ar) far-la zir in pont co(n) copolet;

e, p(ar) quant che me avede e che <h>è intindù,

tu traze p(ar) tirà- la al fato tô

prometan-g<h>e fornir-la de velù.

Tu diesi pur saver che no pur mo' 25

haón comezà a far n(ost)ra amistanza

e {c} che te hè dat quel che donar se pò:

te hè fato sempremè granda alnoranza

e sì te vuoie far fina a la mort,

fin che harè lus in gi [v]uogi e fià in la pa(n)za. 30

Mo, a dir el ver, me par che tu hesi tort

a voler descargar el fato mé:

tu no’1 puos {d} denegar ch(e) me n'< h> è acort.

E, p(ar)qué {e} sepi chiarament que sè

d(e) pel in pont que muò la cossa va, 35

se tu me ascolte un puoc e' te '1 dirè:

tu fuìs un dì, d(e) not, a la so cha'

p(ar) voler-la tantar e dar-g<h>e briga,

ella no el seva, mo una t'enguidà.

Mo quel ch(e) tu volis no(n) havis miga 40

ch(é) la puta no(n) è d(e) quella ma(n),

e lassa pur ch(e) ogni homo al so muò diga:

la me ha zurà, p(ar) la fe' de christia(n),

ch(e) la {4} no[(n)] impresterou la so parsona

a un ch(e) fos {f} fiuol d' un sabatam. 45

Cusì, cu(n') tu la vis bella, l' è an bona

mo, l' è be(n) ver, co {5} la mala zinìa

d(e) altro ch(e) d(e) mal mè no(n) se rasona;

da mo', p(ar) ’ver la mala compagnia,

fóssem senza tuti d(e)l Paradis 50

dondre a tornar haó(n) sì mala via.

Sì ch(e), fard(e)l, me' be(n), te dag < h > e avis

ch(e) tu te puossi be(n) romp(er) la testa,

mo tu no(n) harè mè quel ch(e) tu cris:

tu la puossi guardar a messa e en festa 55

e sguirzignar-la a tuta la to voya, {g}

mo tu no[(n)] harè mè dolza la so agresta

ch(e) m<u>ò ch(e) se la ’vesse d'una truoia;

de hon d(e)l mond e' no(n) hè pì {h} paura

né ch(e) mal me la invie né me la tuoia: 60

e' g<h>e hè (con)prà una bela cintura,

una piliza e, in fina, le camise,

e ogni dì g<h>e do(n) qualch(e)friscura.

C. Busat, tu [h]es mo' Busat, e Busat ise,

e chi te batezà sì havì cervel 65

a tante sbizarie que tu me dise;

me par ch(e) tu favele da matrel,

mo tuto quel ch(e) {i} luse no(n) è or:

àldi-tu quel sonai, car me' fradel?

Tu di' ch(e) Pagnuch(e)la è el to stresor 70

mo, quella, Pagnuchella {j} no inte(n)de,

ch(é) a indivinar no(n) g<h>e ne harè mè alnor.

Le to lasagne è dolz, mo le me ince(n)de

e me dà un Dio-te-salve e una firida

e cusì le bisig<h>e toe se vende. 75

Busat, cutave ch(e) chi se marida

no butasse drié pute i so dener

né zesse cusì là, a la straborida;

tu te puos giuriar d(e) esser maser

de la pì bella femena d(e) villa, 80

ch(é) g<h>e 'n ha invilia fuosi an pì {k} d’ un per;

me par ch(e), cu(n') deset, ela te grilla

ch(e) tu hè pa(n) bianch e sì cerche pole(n)ta

e scàrdoe e tench(e) e puossi haver inguilla:

sì ch(e), vê!, fa' alme(n) sen e te conte(n)ta 85

d(e) quella ch(e) tu hes, ch(é), in fe' d(e) Chrit!,

chi no cognosce el be(n) tal bota ste(n)ta.

E sì te vuoie dir ch(e) zà <h>è be(n) vist

portar le corne in caf a be(n) grameg<h>i

e andar col pilo(n) net, po', an be(n) d(e) trist; 90

hè visto de' gra(n) savî {l} far dei sbrig < h > i

e po' de' gros entender la raso(n):

sì ch(e) guarda mo' be(n) cu(n') tu la sbreg<h>i.

E quest te hè voiù dir p(ar)qué te su(n)

an mì to amic, d'altro che de zanzu(m), 95

ch(é) me recorde el temp ch(e) se ameó(n);

e sì me duol ch(e) tu hesi p(er)dù el lum,

ch(e) è altro ch(e) d(e) i vuogi d(e) la ment,

metan-te drié le spale i bon costum;

 

e sì te vuò be(n) dir: s’ tu no te pent 100

e ch(e) no me(n)di la vita cativa,

tu te morderè anchora i dé co i dent;

tu no hesi miga tant fen né arziliva

né tanta lana tosâ d(e) le fede

ch(e) balar posse cu(n) pì d' una piva; 105

nianch[(e)] tante vit cerpir e' no te vede

ch(e) tu la posse far zir sì par sora,

mo no la durerà tant cu(n') tu crede.

Va' a tendi a i to tosat, in la malora!,

e a lor {6} fares le scarpe e le gonelle 110

se tu puos {m} far che i to visin te alnora,

e lassa zir drié queste gabatelle

chi no ha femena in casa né tosat

ch(e) mena dì e d(e) not cul e maselle.

B. 0 Croch, te sé’ fantàstec o t’ ì mat 115

a tante sbezarie que te alde dir,

chivilò anchora que a 'scoltar su(n) stat;

mo, se '1 no te despiase de sofrir,

e' te vuoie dir cosse ch(e), a la cros!,

da maraveia tu creres morir. 120

No(n) creze ch(e) in quest devers mond fos

hon pì spavìsich de trovar morosa

né ch(e) mè dir se me podes: "moros!",

perqué {n} se ve' la femena fogosa

e dendre {7} ch(e) la trova sora mes, 125

christia(n) no(n) fé mè bistia pì robosa;

e parzò magagnava da mì stes

de no(n) voler (con)zar-me sot d(el) {o} regn

de Amor, ch(e) friz[i] i cuor[e], no carn né pes;

e lu pare ch(e) se ne haves desdegn 130

enn-anema da far la so vendeta

cenza spada, sponto(n) né spè d(e) legn,

e cu(n') fà qui ch(e) vol zir a zeguietta,{8}

ch(e) mette in pont el visch e le bach(e)te,

e sona e aspieta ch(e) i osié se meta, 135

cusì quest chega-sangu faé le rizete

conzar a Pagnuchella su la front

co(n) bié gaban e camese a forette;

 

po', del {p} arest, la faé meter sì in pont

che, pur chi la guardava in la bigota, 140

era in la piturina firì e pont.

E mì, che ere a la festa con 'na frota

de fent villò, Pagnuchella guardave

e me sentî al figà dar 'na gram bota,

e pur mì drié Pagnuchella smirave, 145

e quant pì la smirave una slanguòria

havée en' del piet che asques me stofegave;

ma po' che pur tornà la mea smalmuoria

vardè entre a i vuogi {q} a Pagnuchella e vit

derasiamentre {9} la celest in giuoria: 150

ivilò {r} fié el me' cuor sì fermo nit

che, se me pense, mè lassarla vuò;

par che '1 cuor sì me boia dentre un cit,

che, chi me dà cavale, cavre o buò

e piegole e diner pien un tinaz 155

che la lasas,{s} no saroo a che muò.

C. Biâ la soga che te faés un laz,

Busat, che te picasse p(ar) la gola {t}

po' che tu fes de tì tanto strapaz.

Tu cris che Pag<n>uchela sipia sola 160

quella che tiena in man le freze e l'arch

de Amor: che un chiap de coio(n) dis che sgola,

e che la sipia sola che heba el carch

de tegnir ment de qui che Amor apassa

in un serai a muò i {u} castro(n) in barch. 165

Che, se tu pense quest, tu pense massa,

ché, se 'l foés de Amor pien<a> 'na campagna,

la no(n) haroo le chiaf d' una so cassa.

T' ì an tì d(e) quella ma(n) d(e) sofegagna

che cre' che Amor sipia Domenedié, 170

che pia i fent co' se fà i bet a ragna,

o piegole, molto(n), cavre e stonié?

Sè-tu dondre va Amor? A casa soa,

a crepa-panza, e ben inpì i budié!

Tu ere quel dì passù a muò una scroa, 175

e Pagnuchella te ven entre i vuogi

e Amor te la fichà sot de la coa.

 

Tu no {v} me venderè mè i tuo' fenuogi

que Amor sia Dié, che n' ha mè arco né freza {10}

p(ar)qué el n' ha ma(n) né braz, pié né zenuogi. 180

Me par, Busat, che tu scrize in caveza

mo, s' tu lassasse el vin e le brasole,

Amor no(n) haroo in tì tanta forteza;

tu ves su le somasse p(ar) viole,

mo tu fares co(n') faé la zent altiera 185

che zé a la merda co[(n)] Eros e co(n) stole.

No leverà mè tant la to stadiera

che tu me dag<h>e a intendre to bisig<h>e:

crez che tu cris che nases pur iersera.

Va' a monda a i to tosati de le fig<h>e, 190

ché mi g<h>e 'n son passù p(ar) fina al bech!

No(n) val che a lasagnar tu te fadig < h > e:

tu faresi an tì co(n') fasé Cech

che zé lenza(n)d el cul a le putane;

che mo' te foés cavà gi uogi co {w} un stech! {x} 195

Vorove un mes d(e) sete setemane

a dir-te vilanïa co(n') tu mìlite:

che foés-tu brusà dentre un fas d(e) cane!

Ché, da po' che nascî, zamè no vite

pì gran porchaz de paser fava e broda; 200

che Dio te meta bresai de so site,

e po' te buta, a muò camoz, de croda!

Finis

 

 

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{a} Segue a la vilanes cassato

{b} drovar corretto in dovrar, mediante l'espunzione della prima (r) e l'aggiunta in interlinea

della seconda

{c} Ms. et

{d} (u) in interlinea sopra la (o)

{e} Ms. p(ar) ch(e) sepi que sepi, con ch(e) sepi cassato

{f} Segue fiol cassato

{g} Con (y) da (i) [voia]

{h} Ms. piu con (u) cassato

{i} Segue lusse cassato

{j} Col secondo (1) aggiunto

{k} pi corretto su pu

{l} Ms. savij

{m} puos corretto su fos

{n} Ms. p(ar) ch(e) se que con ch(e) se cassato

{o}Segue rengt cassato

{p} Segue la cassato

{q} (u) in interlinea sopra la (o)

{r} Ms. Iullo col primo (1) da (i)

{s} (1) corretta su (s)

{t} Ms gala

{u} Ms. in con (n) cassato

{v} Ms. no(n) col titulus cassato

{w} Ms. co(n) col titulus cassato

{x} Ms. stech con (h) cassato e poi reintegrato

 

{l} Oltre al titulus vi è il segno abbreviativo /q3/ tipico del -que enclitico.

{2} Ms. quante

{3} Non è chiaro se vi sia un tentativo di correzione della (d)

{4} Ms. lo

{5} Ms. ch(e)

{6} Ms. alor

{7} Nel ms. pare dandre

{8} La (i) è aggiunta

{9} Ms. derasia mentre

{10} Ms. che hema arco ne freza

vs. 4: e che t’ è voiù [te l’he]

vs. 6: per fin a qui

vs. 10: che vuosi [che tu vuosi]

vs. 12: drou(ra)r [dovrar]

vs. 14: quanto

vs. 16: quante

vs. 20: no [mo]

vs. 23: tirarla [tirala]

vs. 26: comenzà [comezà]

vs. 26: una [nostra]

vs. 30: have luz [harè lus]

vs. 39: serà [seva]

vs. 39: tenguida [te 'n guidà]

vs. 44: che lo non

vs. 47: ver che la

vs. 48: sè rasonà [se rasona]

vs. 56: voia [voya]

vs. 58: mo

vs. 58: se le ’vesse

vs. 61: bella [bela]

vs. 62: la camisa [le camise]

vs. 74: e me, da un diò te salve, [e me dà un Dio te salve e]

vs. 76: s’ è maridà [se marida]

vs. 77: drio

vs. 85: al me sen

vs. 86: Christ [Chrit]

vs. 87: conosce [cognoscel

vs. 91: ho [hè]

vs. 96: ament [ameon]

vs. 97: ol

vs. 106: nianche

vs. 106: e no

vs. 112: drio [driè]

vs. 115: o sì mat

vs. 116: t' è aldé [te aldé]

vs. 123: che me dir

vs. 125: dondre

vs. 128: no

vs. 129: frizi i cuore

vs. 131: en anema [enn-anema]

vs. 133:zegnietta

vs. 136: chegasangn [chega-sangu]

vs. 142: co [con]

vs. 144: gran [gram]

vs. 150: derasia mentre

vs. 151: Iullo [Ivilò]

vs. 154: carne

vs. 156: non

vs. 161: tiene [tiena]

vs. 165: a muò castron [muò i castron]

vs. 167: pien na campagna

vs. 174: impì [inpì]

vs. 176: vea [ven]

vs. 177: l’ à fichà

vs.178: non [no]

vs. 179: che hema arco né freza

vs. 188: intendere [intendre]

vs. 190: mandà i to [mondà a i]

vs.195: con

vs. 199: nasì [nascì]

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