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Letteratura dialettale veneta contemporanea

La scelta scritta e letteraria del 'dialetto' è comunque una scelta alternativa all'italiano. E' un uso riflesso del dialetto perché il dialetto è una lingua tipica della cultura orale, fondata sul rapporto diretto, e non è sradicabile dal contesto sociale e culturale in cui si sviluppa, non può essere scisso dalla personalità di colui che lo parla e dall'assoluta individualità e compiutezza che esso rappresenta.
Questa letteratura dialettale di riflesso ha un genere letterario nel quale si trova giustamente a proprio agio, ed in cui il dialetto riesce pienamente nella sua funzione espressiva: la POESIA.
A sua volta nella lirica convergono vari registri: quello intimistico (amoroso, passionale, ecc.), quello narrativo e quello parodistico, satirico. Certo poi le motivazioni e gli obiettivi che sorreggono i singoli impieghi poetici dei dialetti sono quanto di più variegato si possa immaginare.
Ma è evidente che per la poesia dialettale vale ciò che vale per il 'dialetto', il quale può esistere solo in tanto in quanto vi sia opposizione verso 'l'italiano'. Per cui la varietà delle condizioni o realizzazioni individuali nell'uso del dialetto in poesia non impedisce di sottolineare gli elementi comuni e unificanti, determinati dal confronto e dal tentativo di sottrarsi all'egemonia della cultura e della lingua poetica 'nazionale'.
Inoltre vi è un altro elemento fortemente unitario nella poesia dialettale e cioè la ricezione che ne ha il lettore o, in genere, il fruitore, il quale già sa nel momento in cui ne fruisce che si tratta di qualcosa di diverso e di alternativo alla 'lingua'.
C'è una tendenza alla trasformazione del dialetto da "lingua della realtà" a "lingua della poesia", cioè il passaggio da un dialetto inteso come apertura comunicativa, e comunitaria, a una dialettalità introversa: il dialetto diventa lingua del cuore, del ricordo, delle emozioni, degli anni giovanili, dell'evasione.
A rappresentare la poesia dialettale veneta (e friulana) introduciamo, sulla base di P.V. Mengaldo, Poeti italiani del Novecento, le grandi figure di Virgilio Giotti, Biagio Marin, Pier Paolo Pasolini, Giacomo Noventa ed Andrea Zanzotto.

VIRGILIO GIOTTI (Virgilio Schonbeck) (Trieste 1885 - 1957)
Ciò che la critica, da Montale a Contini, ha individuato come veramente peculiare di Giotti è il trattamento intellettualistico, non-vernacolare del dialetto: intellettualismo che contrasta singolarmente ed efficacemente col carattere sempre e quasi per programma umile, quotidiano dei suoi temi, tra affetti familiari e scene di vita di una Trieste per niente folklorica, anzi fortemente inetriorizzata. Interrogato sul perché non si esprimesse in triestino nella comunicazione familiare, Giotti rispose memorabilmente che non si può usare per il commercio quotidiano la "lingua della poesia".
Piova
Spiovazza. Ombrele negre,
drite, storte, le cori
le scampa. Soto i àlbori,
nel sguaz, xe pien de fiori.

Xe alegro 'sto slavazzo.
Vien l'istà. E altri istai
se svea in mi pa' un àtimo,
ùmidi, verdi… andai!

'N omo se ga fermado
soto un'ombrela sbusa.
El varda i fioi che sguazza
nel ziel de 'na calusa.
Pioggia.
Piove forte. Ombrelli neri, dritti, storti, corrono, scappano. Sotto gli alberi, nel guazzo, c'è pieno di fiori. E' allegro questo acquazzone. Viene l'estate. E altre estati si svegliano in me per un attimo, umide, verdi… sparite! Un uomo si è fermato sotto un ombrello bucato. Guarda i bambini che sguazzano nel cielo di una pozzanghera.


BIAGIO MARIN (Grado 1891 - 1985)
La lirica di Marin è un po' come il suo vernacolo (di Grado): per un verso inserito nel gruppo dei dialetti veneti, per l'altro caratterizzato da appartata insularità, con fenomeni arcaici che l'idioletto del poeta sembra spesso ipercaratterizzare.
Storicamente la posizione di Marin è a cavallo fra la poesia dialettale dei primi decenni del secolo, ancora dominata dai grandi dialetti metropolitani, e quella più recente che ha visto l'affacciarsi alla poesia di dialetti marginali di piccole comunità, con scarsa o nulla tradizione letteraria.
Nella lirica mariniana è come se la cultura (che Marin possiede ampiamente), e con essa la storia, fossero messe tra parentesi radicalmente, alla ricerca di una 'naturalità' immobile e fuori del tempo.

Le ultime ricele
Le ultime ricele
l'hè tolte zo per zuogo
co' 'l ponente za in fogo
e a levante le stele.

Pochi grani dulsìi
da la longa stagion,
savorusi de bon,
d'arumi za sfinìi.

La pergola xe rossa
e za le fogie cage
dal vento persuase
co' 'na picola scossa.

Gli ultimi grappoli
Gli ultimi grappoli li ho presi giù per gioco, col ponente già in fuoco e a levante le stelle. Pochi grani addolciti dalla lunga stagione, che sanno di buono, d'aromi già sfiniti. La pergola è rossa, e già le foglie cadono, persuase dal vento, con una piccola scossa.


PIER PAOLO PASOLINI (Bologna 1922 - Roma 1975)
Per Pasolini il friulano è lingua materna solo nel senso, letterale e pregnante, che è la lingua della madre. Da questo il duplice atteggiamento, insieme di coinvolgimento profondo e di distacco sperimentale, di fronte a quella materia linguistica, definito dall'autore stesso come coesistenza di "un eccesso di ingenuità" con "un eccesso di squisitezza".
La complessità e la raffinatezza delle ragioni culturali reagisce, con effetti di decadentismo spontaneo, su una tematica quasi elementare nella sua ossessività, dominata dal triangolo madre-giovinezza-morte, e sottolineata dal ritorno di motivi-chiave come quello autobiografico di Narciso: una tematica che contiene in embrione moltissimo del Pasolini futuro, mentre la presenza della realtà friulana è sempre quella di un mondo leggendario e quasi sognato, già visto con gli occhi del distacco e insieme col sentimento di colpa di chi non ne è partecipe fino in fondo.


Mi contenti
Ta la sera ruda di Sàbida
mi contenti di jodi la int,
for di ciasa ch'a rit ta l'aria.

Encia il me cor al è di aria
e tai me vuj a rit la int
e tai me ris a è lus di Sàbida.

Zòvin, i mi contenti dal Sàbida,
puòr, i mi contenti da la int,
vif, i mi contenti da l'aria.

I soj usat al mal dal Sàbida.

Mi accontento
Nella nuda sera del Sabato mi accontento di guardare la gente che ride fuori di casa nell'aria. Anche il mio cuore è di aria e nei miei occhi ride la gente e nei miei ricci è la luce del Sabato. Giovane, mi accontento del sabato, povero, mi accontento della gente, vivo, mi accontento dell'aria. Sono abituato al male del Sabato.


GIACOMO NOVENTA (Giacomo Ca' Zorzi) (Noventa 1898 - Milano 1960)
Anche per Noventa la scelta del dialetto (veneziano italianeggiante) è una scelta 'contro'.
Per un verso il veneto è anche per Noventa (come il friulano per Pasolini) Ursprache, lingua del ritorno alle origini e del regresso alla madre; ed è lo strumento che meglio garantisce alla poesia il suo carattere 'orale', per la recitazione e la declamazione.
Ma per altro verso il dialetto è il veicolo di una polemica frontale non solo contro la poesia ma contro tutto lo sviluppo del pensiero moderno, post-ottocentesco: negando il quale, egli nega la lingua che lo esprime.
Solo attraverso il dialetto Noventa riesce a parlarci di quel che la cultura moderna non sa più nominare, solo esso può salvare il pudore di chi pronuncia qualcosa, in sé, di troppo altisonante.

Soldi, soldi…
(Inno patriottico)

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.

Cantarò co' lori i beve,
Bevarò se i cantarà,
Imbriago vùi scoltarli,
Imbriaghi i scoltarà.

Ghè dirò 'na paroleta,
Che ghe resti dopo el vin,
Fioi de troie, i vostri fioi,
Gavarà 'l vostro destin.

Soldi, soldi, vegna i soldi,
Mi vùi venderme e comprar,
Comprar tanto vin che basti
'Na nazion a imbriagar.


ANDREA ZANZOTTO (Pieve di Soligo 1921)
Come per molti poeti del Novecento, anche per Zanzotto la riflessione e la ricerca sul linguaggio costituiscono un momento di decisiva importanza.
Da una parte la lingua è, nella società massificata, il luogo massimo dell'inautenticità e dell'alienazione, per responsabilità soprattutto dell'usura cui la sottopongono i mass-media.
D'altra parte la lingua è anche il depositario di usi e di significati passati, e nella lingua è pur sempre presente, accanto all'aspetto immediato e superficiale, la profondità della sua storia.
Non sorprende, con tali premesse, che Zanzotto sia giunto all'uso del dialetto in parecchi suoi testi e abbia anche recuperato i modi del linguaggio infantile (il petel), con i suoi balbettii e le sue onomatopee. Infatti nel dialetto e nel petel l'aspetto giocoso e creativo del linguaggio prevale su quello normalizzante e usurato, e vi si manifestano autenticità ed espressività superiori.
Il dialetto corrisponde agli ossari. Come in questi, c'è in esso un residuo vitale. Il linguaggio dei vivi è il linguaggio dell'insensatezza e del nulla, mentre la lingua dei morti e del passato, come l'ossario, può ancora recuperare un senso di presenza e di vita.
Quel che vale è la tensione, è il principio di resistenza alla disgregazione e all'ottenebramento che sembra tutto involgere e coinvolgere tutto.
Su questo sfondo problematico Zanzotto rinvia ai depositari della saggezza e della capacità di affrontare positivamente la vita (almeno nelle sue funzioni elementari), rinvia al mondo rurale arcaico, opposto all'alienazione della società tecnologico-consumistica.
La disposizione elegiaca nei confronti di un mondo in estinzione (malinconicamente e dolcemente rappresentato) si riscatta dall'astrattezza e improponibilità del mito e si tramuta in positiva volontà di resistenza e di impegno esistenziale (e in definitiva anche civile).

da Filò
……..
Vecio parlar che tu à inte 'l to saor
un s'cip de lat de la Eva,
vecio parlar che no so pi,
che me se à descunì
dì par dì 'nte la boca (e no tu me basta);
che tu sé canbià co la me fazha
co la me pèl ano par an;
parlar porét, da poreti, ma s'cèt
ma fis, ma toch cofà 'na branca
de fien 'pena segà dal faldin (parché no bàstetu?) -
noni e pupà i è 'ndati, quei che te cognosséa,
none e mame le è 'ndate, quele che te inventéa,
novo petél par ogni fiol in fasse,
intra le strùssie, i zhighi dei part, la fan e i afanezh.
Girar me fa fastidi, in mèdo a 'ste masiere
de ti, de mi. Dal dent cagnin del tenp
inte 'l piat sivanzhi no ghén resta, e manco
de tut i zhimiteri: òe da dirte zhimitero?
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