LA POESIA EGLOGISTICA CINQUECENTESCA VENETO-SETTENTRIONALE

Prendiamo in considerazione un sonetto scritto in dialetto trevigiano-bellunese ai primi del '500 da Paolo da Castello, un letterato di notevole importanza a fini dialettologici: fu un nobile trevigiano-bellunese, vissuto fra la fine del '400 e l'inizio del '500, e compose varie opere in dialetto rustico trevigiano-bellunese dell'epoca (per la bibliografia v. MAZZARO 1991).
Questo e' un sonetto che parla, in chiave comico-parodistica, del giudizio universale (lo trascriviamo, con leggerissime varianti, dall'edizione di SALVIONI 1902-5, astraendo da implicazioni filologiche approfondite -su cui v. qualche accenno in MAZZARO 1991- che qui non sono necessarie per il nostro assunto):

Hè pensà tante volte ne la ment
che chi le ombràs sarove un million,
che 'l preve dis che a resussiterón
co' piè, co' man, nas, vuogi, cavié e dent.

E che a son de trombetta incontanent
tutti de trentatrè agn retornerón
a star in chiap a muò castron,
a spittar d'estre grami e chi content.

No'l creze che se drome in compagnia
e leve su a bon' hora senza lum,
e tuoge su una scarpa, e la no é mia.
E lu vorà che zarnona d'un grum
de osse, che sarà d'ogni zenìa,
le nostre gambe, brazze, piè e cossúm.

Po', se un se niega in fium,
e g'ha magnà le man pì de cent pes,
pur a bignarge i det starove un mes.

E qui che muor dal mal frances,
che ge ha magnà, me perdona, l'ordegn,
cugnirà suscittar co' un de legn.

Ne diamo una traduzione:

ho pensato tante volte nella mente
che qui (nell'aldila') le ombre dovrebbero essere un milione,
(e) che il prete dice che resusciteremo
con piedi, mani, naso, occhi, capelli e denti.

E che (il prete dice che) d'improvviso al suono di una tromba
ritorneremo tutti, a trentatre anni,
a stare in mucchio come i pecoroni,
ad aspettare di essere condannati o destinati alla beatitudine eterna.

Non credo che si dorma in compagnia
e (che) ci si alzi di buon mattino quando e' ancora buio,
e (che) si raccolga una scarpa, ... e poi invece non e' la mia.

E (non credo che) Lui vorra' che scegliamo da un mucchio
di ossa, formato (da ossa) di tutte le razze,
le nostre gambe, braccia, piedi e cosce.

E poi! Se uno annega in un fiume
e gli hanno mangiato le mani piu' di cento pesci,
solamente a riattaccargli le dita bisognerebbe starci un mese!

E quelli che muoiono di 'mal francese',
(male) che ha mangiato loro, mi si perdoni, ...l'arnese,
bisognera' che resuscitino con un (arnese) ... di legno!

Come si vede, aldila' della divertente e salace parodia religiosa, sublimata dalla pointe dell'ultimo verso, appare violenta la configurazione linguistica dialettale.
Tra la ricca messe di fenomeni che meriterebbero attenzione, dopo aver accennato cursoriamente ad alcuni, ci soffermeremo in particolare su due.
In tutti i settori emergono tratti interessanti come, ad es.,:
nella grafia:
(ch) per `{`c'`}`;
(ge) per `{`ge`}`;
(sc) per `{`s`}`;
(c) e (z) per le interdentali sorda e sonora;
(ll) grafia ipercorretta, sintomo di incipiente lenizione;

nella fonetica:
-sviluppo condizionato da palatale in hè ``ho`` (/aj/ > /e/), fenomeno qui, in questo lessema peculiare di Paolo da Castello, caratteristico del patois trevigiano-bellunese;
-iperdittongazione: tuoge, caviè, niega, ecc.;
-apertura di /e/ protonica in /a/ davanti ad /r/: zarnona (<CERNERE);
-sincope di /e/ postonica, con consonante epentetica: estre ``essere``;
-chiusura di /e/ > /i/ protonica (ma forse qui estensione in sede atona di chiusura di dittongo
in sillaba chiusa!): spittar;
-passaggio di I lunga latina ad /é/ in ordégn, dal lat. parlato *ORDINIU(M);
-chiusura di /ó/ in /u/ promossa da nasale: cossum ``coscioni``;
-massiccia caduta di vocali finali ( lasciando scoperte, ad es., anche le palatali: agn, legn,
ordegn), che costituisce l'elemento di gran lunga piu' distintivo del gruppo dialettale trevigiano-bellunese rispetto agli altri dialetti veneti;
-desonorizzazione delle consonanti sonore finali, altro tratto assai tipico del gruppo altoveneto: dis, nas (forse anche ombràs ``ombre``, con suffisso peggiorativo; altra questione, di straordinario valore, sarebbe se /s/ finale fosse riflesso di S latina!);
-palatalizzazione di nasale davanti a palatale: bignar ``abbinare, riattaccare``, cugnir ``bisognare`` (con consueta estensione analogica dalle forme personali), agn ``anni`` (/nj/ > /ñ/), pure questo fenomeno peculiare dell'altoveneto;
-passaggio /-CL-/ > /-GL-/ > `{`g'`}`: vuogi ``occhi`` (< *OCLI), esito importante dal punto di vista dialettologico poiche' `{`g'`}` e' ritenuto piu' schiettamente rustico del concorrente esito `{`c'`}` nelle parlate altovenete;
-perdita della velare: chi ``qui`` (/ku/ > /k/);
-metatesi di /r/: drome;

nella morfologia:
-metaplasmo di declinazione in osse ``ossa``, brazze ``braccia``;
-modificazione del tema: creze ``credo`` (* CREDJO);
-I persona singolare del verbo in /-e/: creze, e -I plurale in /-on/: resussiteròn, zarnona ``cerchiamo`` (piu' /-a/ analogico del congiuntivo), caratteristiche del trevigiano-bellunese;

nella sintassi:
-'variatio' sintattica in: a spittar d'estre grami e chi content;
-la locuzione tuoge su ``prender su``;

nel lessico:
preve ( < prevede) ``prete``, tipica forma dialettale antica;
bignar ``abbinare, riattaccare``, dal latino BINI ``a due a due``, presente a tutt'oggi nei dialetti veneti con la forma non palatalizzata binàr (dai dialetti settentrionali vi e' stato poi il passaggio all'italiano ``abbinare``);
zarnir (zernir) ``scegliere``, in italiano voce dotta (ma presente nel volgare settentrionale del XIII sec. di Uguccione da Lodi), trevigiano e bellunese odierni zernir, lombardo scernì;
cugnir ``bisognare, essere necessario``, padovano, vicentino rustico cognere, bellunese cògner, valsuganotto cognèr, dal latino CONVENIRE ``adattarsi``, italiano ``convenire``;
villò ``lì`` < IBI-LOCO ( o IBI-ILLOC) > ivilò > villò, frequente nel pavano del '500 e, piu' in generale, nel cisalpino (volgare settentrionale);
castron ``agnelli (castrati)``, tipico del trevigiano-bellunese e del pavano del '500, dal latino medioevale CASTRONE, CASTRONUS.

Dopo questo veloce excursus notiamo in particolare:

1) PASSAGGIO DA /-N/ A /-M/: cossum ``coscioni``.
Potremmo spiegare tale tratto come fatto grafico ipercorrettivo della tendenza trevigiano-bellunese alla neutralizzazione di /m, n/ in /n/ (interpretazione avvalorata peraltro anche dalla chiusura di /ó/ in /u/).
Tuttavia se assegnassimo a questo tratto una patina piu' di patois che di koine' si potrebbe prestare attenzione alla possibilita', espressa da E. TUTTLE, Un mutamento linguistico e il suo inverso. L'apocope nell'Alto Veneto, ``Rivista Italiana di Dialettologia``, 5, 1981-2, p.26, n.10, che grafie inverse (-n) > (-m) abbiano potuto avere ``veracita' fonetica``.
Il fenomeno prenderebbe avvio dalla reazione nei confronti della tendenza di (-n) a cadere dopo aver nasalizzato la vocale precedente.
Le nasali finali /-m/, /-n/ cosi' si rafforzerebbero, neutralizzandosi in `{`-m`}`, come realizzazione ``fortis``, secondo lo schema seguente:

0. FAME PANE 0
1. fame pan 1 Apocope dopo /-n/
2. fame pân 2 Nasalizzazione davanti a nasale finale
3. fam pân 3 Apocope estesa anche dopo /-m/
4. fâm pân 4 Nasalizzazione davanti a nasale finale
5. fâm pân 5 Indebolimento consonante nasale
6. fân pân 6 Perdita occlusione bilabiale

Di qui, l'equivalenza tra la forma ``allegra`` fân e quella ``lenta`` (o di registro piu' curato e conservatore) fam avrebbe coinvolto anche il tipo pân, creando un'alternanza del tipo:

fân pân
------------- = ------------
fam (pam)

2) CONDIZIONALE IN /-OVE/: sarove, starove.
Paolo da Castello nelle sue egloghe presenta anche forme senza vocale finale (-ou), (-oo), (-o), ad es.,: magnerou, saroo, poro, ma sempre esclusivamente con la vocale tonica /o/.
Tale tratto gli e' assai peculiare e lo differenzia nettamente da tutti gli altri testi antichi trevigiano-bellunesi, che pure hanno gli stessi riflessi di condizionale indigeno rustico da HABUI (o da HABET) (contro i riflessi di koine' in /-ia/, da HABEBAM), ma con vocale tonica /a/, come e' norma anche dell'attuale patois altoveneto.
La forma in /o/ tuttavia non e' del tutto sconosciuta ai dialetti, antichi e moderni, settentrionali: appare, ad es., nel lombardo, nel piemontese e nei dialetti ladini dolomitici; inoltre, nel bellunese Cavassico e nel trevigiano-bellunese rustico attuale, ad esempio a Lamon e in Valcavasia.
Come spiegare allora tale fenomeno, e anche l'alternanza delle forme in esso presente: con vocale finale e col recupero dei tratti di ostruenza della labiodentale /-ove/ (come nel nostro caso); con vocale finale e dileguo della consonante /-oe/; senza vocale finale /-ow/, ed evoluzioni seriori?
E' ormai assodato che /e/ costituisce la tipica vocale trevigiano-bellunese di ripristino, la cui presenza o meno dipende da oscillazioni di natura sociolinguistica.
Non e' difficile quindi supporre che le forme /-ove, -oe/ indichino una ricostruzione successiva, caratterizzata da maggiore prestigio sociale e convivente con /-ow/ su piani di macrodiglossia.
Pertanto la trafila potrebbe essere stata la seguente:

1. /ave/ Da HABUI (o da HABET)
2. /av/ Caduta della vocale finale
3. /aw/ Progressiva perdita dei tratti di ostruenza
4. /ow/ Armonizzazione
4a. /oo > o/ Monottongazione
5. /ove/ Restituzione di /e/ e realizzazione di /w/ come /v/ fra vocali
6. /oe/ Caduta di /v/ intervocalica
6a. /oe/ Restituzione della vocale ad /o/ gia' monottongato.

TRA NATURA E STORIA

La locanda è situata nelle terre del Piave, dove si combatterono le aspre battaglie che caratterizzarono la Prima Guerra Mondiale, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario. Questi luoghi costituiscono una suggestiva testimonianza del passato.