LINGUA IN RAPPORTO AL DIALETTO

E' possibile parlare di 'dialetto' con competenza scientifica, dignita' e gradevolezza? E' quanto ci proponiamo di fare in questo spazio, aperto a tutti coloro che vorranno usufruirne, a vari livelli, dall' utente interessato e coinvolto all'operatore professionale desideroso di trovare indicazioni rigorosamente scientifiche, anche ad alti livelli di approfondimento. Certo, di ``dialetto`` si parla fin troppo, ma male. Chiamato in causa per vane rivendicazioni ideologiche, oppure fatto oggetto di scherno e di derisione, raramente il ``dialetto`` viene valutato nella sua dignita', scientifica e umana, di lingua. Le pur meritorie iniziative di recupero della cultura e della parlata locale sono spesso poco consapevoli, poiche' rimangono confinate nel folclore di una visione estetizzante e nostalgica.Indubbiamente da piu' parti e da parecchio tempo ormai si parla di rivalutazione del dialetto, ma come? C'e' chi ritiene che la scelta dell'italiano o del dialetto sia un fatto puramente ideologico; chi dice che il dialetto basta insegnarlo a scuola come l'inglese, o il latino, magari col laboratorio linguistico; chi entusiasticamente sostiene che entro la letteratura dialettale c'e' gia' tutto quello che serve, eliminando cosi' la dimensione orale del dialetto; chi si illude di poter imporre all'abitante della zona vicina la sua varieta' dialettale, perche' -secondo lui- essa e' notoriamente la piu' nobile, la piu' corretta, la piu' bella; chi dice che quando uno scopre com'era bello il dialetto di una volta, pian piano lascia quel mezzo italiano che parla adesso, e torna ad amare la natura, il verde, gli animali... Cosi', dopo che la condizione di monoparlante dialettale e' stata per decenni fatta a pezzi nella considerazione generale, da qualche tempo (ma ormai anche questa moda e' in via di esaurimento) si e' assistito ad un affannoso affaccendarsi intorno al ``dialetto``.Spesso gli operatori culturali locali lamentano la scarsa partecipazione della gente alle loro iniziative sul recupero del dialetto, senza rendersi conto che in questo recupero formale, in queste imposizioni dall'alto di ``parole``, la comunita' non riconosce se' stessa ma la curiosita' immotivata di chi fa questo tipo di ricerca, riducendo una lingua ad un repertorio di parole e ad un'accozzaglia di proverbi. Ogni intervento culturale che non parta dal rispetto e dalla conoscenza del dialetto come strumento di comunicazione e di cultura, ma lo concepisca come una sorta di letteratura degli incolti su cui mettere le mani ottiene questi risultati, le cui conseguenze si ritorcono contro la comunita', accusata di disinteresse e scarsa partecipazione. Percio' gli operatori si sentono poi autorizzati a propinare ben altre offerte culturali, ``liberate`` dalle ``incrostazioni`` dell'ingombrante bagaglio della cultura popolare. Eppure il ``dialetto`` in Veneto e' una presenza costante, una lingua viva di comunicazione alla quale quasi nessuno e' estraneo; boccheggia ma non affoga, perche' il processo di morte del ``dialetto`` e' quantomai complicato.Ma il parlante non e' piu' capace di dominarlo: quando lo parla non se ne rende ben conto; quando non lo vuole parlare esso salta fuori, magari maciullato e triturato, ma inestirpabile; e anche quando crede di parlare ``italiano``, bene che vada parla italiano ``popolare`` o ``regionale``. Talvolta il parlante ha stupita consapevolezza che il ``dialetto`` e' cambiato nel corso degli anni e che egli stesso non lo parla piu' come prima.Talvolta e' folgorato persino dalla sensazione di non parlare allo stesso modo in tutte le situazioni, ma di variare il linguaggio -impercettibilmente, o in maniera apprezzabile, o macroscopica- a seconda che comunichi con i figli, o con amici, o con estranei dialettofoni, o con italofoni; a seconda che assuma un atteggiamento formale o informale; a seconda che sia rilassato o teso, divertito o preoccupato, contento od adirato. La continua commutazione di codice tra ``dialetto`` e ``italiano``, perlopiu' inconsapevole e incontrollabile, produce nel parlante un alto tasso di enunciati mistilingui, e quindi insicurezza linguistica; cio' induce spesso il parlante a vergognarsi delle sue capacita' linguistiche ed innesca il processo dai piu' alti costi umani che possa subire una persona: cercare di liberarsi della propria identita' culturale e sociale, ripudiandola con vergogna.Del resto anche l'interlocutore che parla italiano di fronte ad un dialettofono si sente a disagio: da una ricerca effettuata nel 1986, relativa soprattutto alla realta' veneta (G. MARCATO, in AA.VV., Guida ai dialetti veneti, VIII, Padova 1986, p.155-202), risulta che l'italiano crea talvolta sfasature anche pesanti tra gli interlocutori. Ne nasce un imbarazzo reciproco, che si tenta di superare con adattamenti di codice: si vive il disagio di chi teme che il proprio atteggiamento sia giudicato in maniera negativa. La sensazione di essere dei pesci fuor d'acqua, di fare la figura dei 'saputoni' , di essere considerati superbi, spingono talvolta a parlare dialetto, alla ricerca di un contatto umano piu' saldo, perche' si percepisce la necessita' di abbandonare l'italiano abituale per adeguarsi alle abitudini e alle conoscenze della persona con cui si sta conversando.Il modo migliore per dominare queste situazioni consiste nella conoscenza delle dinamiche reali che governano il rapporto tra i vari codici linguistici nella nostra societa', per ottenere un uso consapevole della propria lingua, senza imbarazzi, infingimenti, stati di disagio, prendendo atto di quello che si e', col giusto orgoglio della cultura di cui si e' espressione e con l'eventuale, cosciente, processo di miglioramento delle proprie capacita' linguistiche nella direzione voluta, senza vergogna e condanne. Un 'sano' bilinguismo (cioe' un bilinguismo accettato, riconosciuto e voluto), capace di esprimere padronanza del dialetto quando si vuole, e dell'italiano quando si vuole, e' forse la migliore condizione linguistica augurabile, anche se in Veneto, per i motivi che vedremo, essa non e' facilmente raggiungibile. Ma la persona che voglia occuparsi del dialetto in maniera avveduta , come dovrebbe percepirlo? Dalla ricerca citata, effettuata su un campione di persone che hanno dimostrato effettivo interesse per il dialetto, emergono almeno cinque ottiche diverse, che pero' non si escludono fra loro.Per qualcuno il dialetto e' una 'piccola lingua', strettamente legata all'ambiente di provenienza del parlante e per questo connotata positivamente, immediata, quotidiana, efficace, simbolo di unita' e di condivisione. Per altri il dialetto e' importante per il suo significato culturale, in quanto patrimonio specifico di una comunita', segno della sua identita' culturale e sociale. In altri ancora prevale la dimensione intima e affettiva del dialetto, radicato nel nucleo piu' profondo della propria personalita': lingua del cuore, del ricordo, delle emozioni, degli anni giovanili, dell'evasione. Qualcuno sottolinea invece la sua funzione comunicativa, ancora viva, e ne mette in luce il valore strumentale di lingua tipica della cultura orale, fondata sul rapporto diretto. Un quinto gruppo infine mette in rilievo il significato etnico del dialetto, come rappresentante dei valori di un popolo, il mezzo attraverso cui si ritrovano le proprie radici col passato ed il proprio status presente. In tutte le definizioni e' chiara l'allusione alla dimensione orale del dialetto, percepito come fatto profondo di cultura, non sradicabile dal context sociale e culturale in cui si sviluppa, e non scindibile dalla personalita' di colui che lo parla e dall'assoluta individualita' e compiutezza che esso rappresenta. Inoltre, dalla ricerca in questione, compaiono altri interessanti rilievi. Si occupano di dialetto, in maniera rigorosa e consapevole, non soltanto un'omogenea categoria di persone che lo padroneggia con sicurezza, ma anche altre categorie per le quali il dialetto e' stata un'acquisizione successiva.Molti di costoro hanno giustificato la scelta di 'imparare' il dialetto con esigenze di comunicazione, col bisogno di 'trovarsi meglio con la gente', di 'poter comunicare senza essere o mettere a disagio', di 'convivere nella comunita' senza sentirsi diversi'; altri hanno posto l'accento sulla comodita', l'espressivita', la curiosita' o l'interesse anche scientifico suscitati dal 'dialetto'. Sono tutte motivazioni, come giustamente osserva la Marcato, che hanno la possibilita' di essere attendibili solo se sullo sfondo si immagina una comunita' linguistica che del dialetto fa ancora un uso vitale e quotidiano. Questo spazio riservato al dialetto -e piu' in generale a tutti gli ambiti della cultura locale- nasce con queste motivazioni e per tutti coloro che si riconoscono in queste motivazioni; si propone inoltre di affrontare ogni questione riguardante il rapporto tra codici linguistici diversi in Veneto con la necessaria rigorosita' scientifica -senza la quale ogni discorso sul dialetto e' fuorviante- venendo incontro alle esigenze di quanti, anche per motivi professionali (insegnanti, operatori culturali, studenti universitari che preparano esami o tesi di linguistica, filologia, dialettologia) cercano informazioni sicure, suggerimenti metodologici, bibliografia precisa ed accurata.Soprattutto questo e' uno spazio aperto al dibattito, a chi ha qualcosa da dire sul dialetto in un rapporto fecondo e stimolante, e a chi ha delle domande da fare a cui sinora non ha mai trovato risposta: a tutti -nel modo piu' rigoroso e scientifico possibile- si rispondera'. Per vedere se e' possibile parlare di 'dialetto' con dignita', competenza e gradevolezza!

TRA NATURA E STORIA

La locanda è situata nelle terre del Piave, dove si combatterono le aspre battaglie che caratterizzarono la Prima Guerra Mondiale, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario. Questi luoghi costituiscono una suggestiva testimonianza del passato.