METODOLOGIA DELLA RICERCA TOPONOMASTICA

Bisogna innanzitutto eliminare un equivoco: la toponomastica e' una scienza eminentemente linguistica e percio' chi la pratica deve possedere appunto una salda conoscenza linguistica. Eppure l'indagine toponomastica attrae irresistibilmente qualsiasi cultore di storia locale, e nella ricerca degli etimi si cimentano e si sono cimentati tutti coloro che scrivono libri di storia locale. Ecco perche' circolano ancora opere come ``Il Veneto paese per paese`` che continuano a fornire e a far accreditare spiegazioni assurde e inaccettabili linguisticamente quali la derivazione di VARAGO da ``varie acque`` o di CANDELU' da Callis de luto cioe' ``contrada piena di fango``: si tratta di etimologie proposte da eminenti studiosi locali di fine ottocento come l'Agnoletti ed il Marchesan, grandi archivisti e paleografi ma privi delle attuali cognizioni linguistiche. I loro abbagli sono percio' scusabili ma hanno dato origine, a cascata, alla divulgazione acritica di paraetimologie folkloristiche spacciate per scienza.
Quando pero' dalle etimologie si passa a fruire dell'indagine toponomastica per l'interpretazione storico-ambientale delle varie zone, per trarre e dedurre notizie che spieghino meglio l'evoluzione economica, sociale e culturale dell'ambiente sotto esame, che e' naturalmente il vero scopo della ricerca locale, allora, in questo caso, la toponomastica non e' piu' scienza, neanche per il linguista avveduto; qui ci si muove in un terreno che e' dilettantesco per tutti perche' non vi sono piu' certezze, verificabili scientificamente, ma solo linee di tendenza ed interpretazioni. Quando il toponimo deve dire di piu' e ``parlarci`` dell'ambiente e della storia, allora veramente la toponomastica risulta ancillare rispetto ad altre scienze storiche ed ambientali, e puo' svolgere solo un ruolo marginale e di supporto; e soprattutto per avere un qualche spazio e una qualche utilita', deve far tesoro interdisciplinarmente di tutte le acquisizioni extralinguistiche offerte dagli altri metodi di ricerca. Spesso anzi e' la toponomastica a dover chiedere aiuto per non cadere in vane mistificazioni.
Quando ci va bene, e cioe' quando il toponimo almeno non ci svia, spesso tuttavia esso non aggiunge nulla a quanto gia' sapevamo di una determinata zona dal punto di vista storico e ambientale. E' il caso, ad es., del toponimo MASERADA. L'etimo e' certo e trasparente: dal latino MACERIA ``sasso``, e, dopo varie peripezie interpretative, e' ormai divulgata la convinzione che il toponimo si riferisca alle ``macerie`` per eccellenza di Maserada, e cioe' alle ``grave`` del Piave, a questa distesa di ciottoli che certamente e' un elemento peculiare e caratterizzante dell'ambiente. Forse, come si vedrà in seguito, il nostro toponimo potrebbe riferirsi non gia' all'ambiente di per se' ma all'impatto che questo ambiente ebbe nell'opera di insediamento dell'uomo. Infatti assegnare un nome ad un luogo e' un'operazione culturale e tale operazione dipende sempre dall'interesse che il luogo designato riveste per le comunita' umane che intendono stabilirvisi; percio' forse il toponimo MACERATA e' sortito dall'opera di dissodamento che costrinse l'uomo a bonificare questi terreni e a raccogliere ed eliminare i ``sassi`` che impedivano la coltivazione: i mucchi di sassi accatastati, dall'uomo, in un ambiente che ormai rivestiva interesse, per l'uomo, questi si' potevano localizzare il luogo ed essere definiti ``MACERIATA`` 'mucchi di sassi accatastati agli incroci poderali'. Solo in questa fase, forse, le comunita' umane avevano necessita' di designare un luogo che prima non era oggetto della loro attenzione. Ma si tratterebbe di una disquisizione prettamente linguistica e semantica: infatti che il toponimo MACERATA derivi dai mucchi di sassi, magari raccolti lontano dalle Grave, invece che dalla distesa sassosa in se', che cosa aggiunge alla nostra conoscenza dello sviluppo dell'insediamento? E' chiaro che, anche se i primi coloni avessero designato Maserada a causa delle Grave, comunque avrebbero dovuto operare un'azione di dissodamento per la bonifica della terra e per lo stanziamento. Ed e' altrettanto chiaro che comunque si sarebbero dovuti stanziare in terre ``in prossimita'`` delle Grave, e non certo al centro di esse su terreni inadatti ed esposti alle morbide del Piave. Non vi e' certo bisogno della toponomastica per acclarare tale stato di cose!
Piu' importante semmai e' sapere che la prima attestazione del toponimo MACERATA di cui possiamo disporre risale al 1091. Tale notizia costituisce almeno un ``ante quem``, cioe' sappiamo che ``almeno`` a partire da quell'anno esisteva uno stanziamento con tale nome.
Infatti anche nella toponomastica, come e' intuitivo, le due categorie fondamentali per l'interpretazione storico-ambientale sono lo 'spazio' ed il 'tempo'. Ma, a questo proposito, esistono dei problemi. Come si raccolgono i toponimi che devono poi essere analizzati? Possiamo usare fonti moderne come le cartine dell'IGM, oppure le mappe catastali attuali e gli stradari, ed anche la tradizione orale; oppure fonti antiche come le mappe, i disegni, gli estimi, i catastici e i documenti vari notarili delle eta' comunale, veneziana, napoleonica ed austriaca. In realta' queste fonti vanno censite tutte, cercando di metterle in correlazione tra loro. Pero' con le fonti moderne siamo in debito sul versante del tempo: possiamo bensi' localizzare con certezza i luoghi designati ma non sappiamo a quale eta' risalgano i toponimi. Con le fonti antiche, viceversa, ma purtroppo talvolta con grande approssimazione, possiamo 'datare' determinati toponimi stabilendo almeno dei termini ``ante quem`` e ``a quo``, ma non possiamo 'localizzare' quei toponimi, perche' i documenti e i catastici antichi raramente sono accompagnati da carte o mappe, e anche quando queste ci sono, naturalmente si rivelano spesso approssimative o inaffidabili.
Ad es. nei documenti antichi relativi alla zona di Maserada compare spesso un luogo ``dicto PAO`` (1369), o ``PO`` (1367); esso ricompare nel 1684 e nel 1700 come ``alle buse del PO``, e prima ancora, a proposito della peste del 1631, inserito in un ``registro dei defuncti`` di Varago (attuale frazione di Maserada):

``Die sabbati 13 vero mensis septembris `{`1631`}`
Joannes de Georgiis filius quondam coniugum Dominici et quondam Jacobae de ... aetatis annorum circiter 40, aegrotus dies 14 in aedibus D. Josephi Sugana Tarvisini hic Varagi in communione sanctae matris ecclesiae animam Deo reddidit cuius corpus impetiginibus respersum hoc tempore pestilentiae Tarvisij grassantis ex mandato officij sanitatis nocturno tempore post 24 et amplius ab obitu hominis, ad viam Posthumiam, ubi dicitur ``alle buse del po'`` in regulatu Varagi sepultum est...``

L'etimo di PO dovrebbe essere da POPULUS ``pioppo`` e il luogo, come si vede, e' interessante sotto il profilo storico: sappiamo che era lungo la via Postumia, probabilmente si e' trattato, perlomeno per un periodo, di un cimitero di fortuna, almeno durante le pestilenze. Ma dov'e' localizzato esattamente? Non lo sappiamo, e forse tale lacuna ci impedira' di trarre osservazioni utili, magari solo aneddotiche ma succose, per un'analisi di storia locale.
Se torniamo invece alle fonti moderne vediamo che il contrario accade per es. col toponimo RONCHI: tutti sappiamo dov'e' il luogo e comunque l'IGM eventualmente ce lo ricorda. Questo si' e' un toponimo assai importante e fruttuoso per la storia degli insediamenti locali, perche' deriva da RUNCUS, RUNCARE e allude alla pratica ben nota del disboscamento per l'insediamento agricolo. Ma a quale epoca risale il toponimo? La linguistica puo' circoscrivere la datazione ma non puo' essere decisiva; infatti si tratta di un etimo di origine latina classica ma che e' rimasto vitale sino all'alto medioevo: ci si riferisce allora ad insediamenti gia' dell'eta' romana o altomedioevali? E' chiaro che a questo punto le altre scienze storico-ambientali devono venire in aiuto alla toponomastica, da sola non puo' piu' procedere con le illazioni. In questo caso pero', con un'analisi veramente interdisciplinare, si puo' dire qualcosa di piu' in un orizzonte scientifico nel quale anche la toponomastica, per parte sua, concorre ad elaborare la ricerca.
Sappiamo infatti che le due grandi epoche del disboscamento e della colonizzazione della pianura padana in generale e quindi anche di queste nostre zone, furono quella della penetrazione romana (Ia.c.-Id.c.) e quella della cosiddetta ``rinascita`` del Mille. Nel nostro caso il toponimo RONCHI a quale delle due fa riferimento? Dobbiamo richiamare tutto il quadro delle conoscenze storiche ovvie che costituiscono la struttura entro la quale puo' dispiegarsi l'analisi toponomastica.
Sappiamo quindi che in epoca romana questa zona costituiva un importante incrocio di vie di comunicazione: di qui passava la Postumia (Ia.c.); di qui passava, intersecando la precedente a quanto sembra all'altezza dell'incrocio ``al zhot mancio``, la Claudia Augusta Altinate (Id.c.); qui naturalmente c'era e c'e' il Piave che, col suo regime torrentizio, sara' sempre stato in rapporto dialettico, volta a volta positivo o negativo, con gli insediamenti e le vie di comunicazione; qui, poco piu' a valle, c'e' e c'era la linea delle risorgive, con fontane e fontanazzi in superficie. E' intuitivo per tutti che queste erano condizioni tali da richiamare, anzi da richiedere necessariamente degli insediamenti. Infatti il controllo, la funzionalita' e la manutenzione delle grandi strade romane presupponevano la presenza di gruppi umani, testimoniati del resto dai vari toponimi CASTELLI, via CASTELLA, CASTELLIR dislocati lungo le grandi arterie. Inoltre le fonti storiche antiche e le scienze dell'ambiente moderne, e anche le immagini da satellite, che hanno individuato le lineazioni sepolte della centuriazione dell'agro tarvisino a Ponzano e Villorba, ci dicono che questa fu una zona sottoposta appunto alla tipica pratica romana della divisione del territorio agrario, con tutto cio' che in termini di dissodamento e di stanziamento tale pratica comporta. A proposito della centuriazione proprio anche nella nostra zona, la toponomastica, tra l'altro, si rivela decisiva, perche', se e' vero che le foto da satellite non sono riuscite ad individuare nettamente la lineazione dei cardi e dei decumani a ridosso del Piave, e' altrettanto vero che disponiamo di un importante documento toponomastico, un vero e proprio documento storico che certifica inoppugnabilmente che questa era una zona di centuriazione: il toponimo VARAGO, dal nome proprio latino VARIUS piu' il suffisso -ACUM.
Questo toponimo appartiene alla categoria ben nota dei prediali, cioe' di quegli antroponimi che in funzione di aggettivo designavano il possessore del lotto centuriato, che suonava come * (PRAEDIUM) VARIACUM, cioe' ``proprieta' terriera centuriata di Vario``. I prediali, questi si', hanno valore scientifico di prova: dove compaiono i prediali, li' certamente vi e' stata centuriazione.
Ecco allora che importante e decisivo diventa pure il toponimo SALTORE, nei documenti medioevali SALTUBRIUM, che deriva da SALTUS ``bosco`` piu' il suffisso romano-gallico -BRI(G)UM ``altura``, quindi ``insediamento``, e cioe' ``insediamento nel bosco``. Ma l'appellativo SALTUS ha un significato tecnico assai piu' specifico che il generico ``bosco``; designava infatti tecnicamente quella porzione di territorio sottoposta si' a centuriazione ma lasciata a bosco ceduo per le necessita' di legname degli insediamenti centuriati circostanti. Anche SALTUS e' un lessema che attesta sicuramente l'antichita' romana dell'insediamento perche' la parola poi e' sparita nell'evoluzione romanza e non e' rimasta piu' funzionale.
In questo quadro e' obbligatorio allora -e anche qui l'analisi toponomastica e' certa- considerare toponimi della centuriazione tutti i vari CALLE GRANDE, CALLE PICCOLA, CALMAGGIORE, CROSE (la piazza a Varago), CROSERA DE SAN PIETRO (nella cartina IGM, tra Varago e Breda), TERMINE (IGM, dopo Breda), ecc., che alludono ai cardi, ai decumani, alle vie laterali, ai loro incroci, e ai confini della centuriazione.
Questo e' il quadro storico e ambientale in cui inserire il nostro toponimo RONCHI, e allora operiamo un ulteriore passo avanti: se prolunghiamo nella cartina IGM il tracciato della Postumia, che correva diritto, lo vediamo passare esattamente sopra i RONCHI, prima di incrociare il Piave; dunque, se quel luogo era boscoso quando i Romani costruirono la Postumia (altrimenti non sarebbe nato il toponimo), ebbene, quel luogo dovettero disboscarlo, se non volevano interrompere il rettifilo della strada.
Per questa serie di ragioni, essendo attestata cosi' profondamente la presenza romana, possiamo allora ragionevolmente supporre che il toponimo RONCHI rinvii effettivamente ad un insediamento di epoca cosi' antica e non ad un insediamento di epoca altomedioevale.
Si potrebbe obbiettare che la Postumia (e la Claudia Augusta Altinate) cadde ben presto in disuso nella zona del Piave con la decadenza dell'impero romano e si potrebbe allora enfatizzare il ruolo svolto dal fiume che con le sue ``mitiche`` devastazioni avrebbe eliminato ogni possibilita' di fruizione di tale via di comunicazione e avrebbe percio' scoraggiato la continuita' degli insediamenti nei RONCHI, imponendo una ``regressione`` ambientale cosi' accentuata da permettere la ricrescita del bosco in quel luogo. Tale luogo sarebbe stato poi disboscato nuovamente all'epoca della ``rinascita`` del 1000, e percio' in tale occasione, e non in epoca romana, avrebbe ricevuto il toponimo RONCHI.
Ora, che la Postumia abbia perso importanza lo testimonia certo il fatto che ad es. gli Ungari nelle loro scorribande del X secolo scendessero attraverso l'Ongaresca e attraversassero il Piave al guado di Lovadina, dove appunto passava tale arteria, e trascurassero invece la Postumia che evidentemente a ridosso del Piave non era praticabile. Ma giova ricordare che dove la Postumia intersecava il Piave probabilmente vi era in epoca romana un semplice ponte di barche, il quale, rimasto senza manutenzione quando l'impero si sfaldo' e quando nessuno aveva piu' interesse a percorere tale via commerciale, ando' presto in disuso, a prescindere da ``mitiche`` devastazioni del Piave, il quale, viceversa, a giudicare dalla centuriazione quasi a ridosso, non deve essere stato in questi 2000 anni molto piu' devastante di quanto non lo sia ora.
Sperare poi di illuminare con la toponomastica eventi naturali di epoche e pertinenza geologiche (anche quando si parla in geologia di paleoalvei del Piave in eta' storica, si intende comunque un'epoca ben anteriore a quella romana!) e' illusorio. La toponomastica non puo' andare aldila' dell'epoca romana; di tutto cio' che e' accaduto prima non rimane traccia nei toponimi perche' essi nascono come conseguenza della antropizzazione e di insediamenti stabili: popolazioni primitive o seminomadi o prive di una salda organizzazione sociale non incidono nel territorio in modo tale da designarlo stabilmente. E comunque di radici linguistiche e di etimi preromani non rimane quasi nulla e quei pochi, ad es. GRAVA, in realta' sono poi passati al latino, e da questo alle lingue romanze; quindi, toponimi con radici preromane ma diventati comuni appellativi potrebbero essere recentissimi. Viceversa, e' dopo il periodo romano che si puo' cercare di stratificare alcuni toponimi in fasce cronologiche utilizzando criteri linguistici per trovare tracce dei successivi insediamenti storici, e non confonderli fra loro. Per es. quali tracce di insediamento longobardo rimangono nella nostra zona?
Ma e' forse l'epoca medioevale che puo' meglio essere rischiarata con l'ausilio della toponomastica (mentre per le epoche piu' vicine, a partire da quella veneziana, vi sono ben altre scienze piu' produttive, dallo studio degli estimi agrari alla demografia storica, ecc.). Per tale epoca, ad es., risulta abbastanza chiaro l'impianto insediativo dei due borghi di Maserada, Alta e Bassa, cosi' come quello di Varago (meno chiaro invece risulta lo sviluppo medioevale di Candelu' e di Salettuol, e dello scomparso colmello di One', i quali son passati con varie peripezie di qua e di la' del Piave).
Pero' per Maserada Bassa, e precisamente per l'agglomerato urbano attorno a via Busnello, forse la toponomastica (e i documenti storici) ci permettono di dire qualcosa in piu'. E' infatti interessante a questo riguardo l'etimo del rio DOLZAL che nasce dietro allo stadio e va a gettarsi a Est di Varago nel rio Piavesella: esso deriva da *DUCEA ``canale pubblico`` (da DUCTUS), e quindi da *DUCEALE, aggettivo che presuppone una (FOSSA) DUCEALE cioe' ``canale conduttore pubblico``. Il (o ``la``, a questo punto) DOLZAL interseca (e intersecava) il Busnello, e BUSNELLO deriva da BUCINA, BUCINELLUM ``conduttura, anche sotterranea, chiavica, fossa di scolo``, e un catastico che risale al 1315 parla chiaro:

``...Regula de Cavo della Pieve de Varago
Prima una via publica la qual fi ditta Cal Trivisana la qual passa per su la ditta villa de Varago ad andar a Maserada: et e' un ponte el qual fi ditto ponte de piera sora una piovega `{`cioe' (FOSSA) PUBLICA ``canale di scolo pubblico```}` la qual fi dicta plovega de Busnello, e descore per la riegola de Varago e finisse al flume Dolzan, e la ditta plovega die fir cavada per le regule de Maserada, de Varago, de Anedo e de Candeludo de quanto la passa per su quelle riegole...``

Questo, come si vede, era il ``nodo`` idrico del borgo, qui evidentemente era il vero centro del borgo medioevale perche', come sappiamo, la rete idrica e' il tessuto strutturale fondamentale di ogni insediamento.

TRA NATURA E STORIA

La locanda è situata nelle terre del Piave, dove si combatterono le aspre battaglie che caratterizzarono la Prima Guerra Mondiale, di cui proprio quest'anno ricorre il centenario. Questi luoghi costituiscono una suggestiva testimonianza del passato.